Ci sono dischi che si capiscono solo sapendo cosa avevano intorno: uno studio, una città, una radio che trasmetteva a un orario impossibile, un tecnico che aveva imparato quali regole valeva la pena rompere. Qui raccontiamo quello che sta attorno ai dischi, cioè periodi, scene, etichette e correnti, con le date al posto giusto e le fonti in fondo alla pagina. Non è una storia della musica e non pretende di esserlo: sono tagli parziali, scelti perché ci interessano e perché portano da qualche parte. Nessun mainstream per obbligo, nessun elenco di dischi imprescindibili. Se finisci di leggere e vai a cercare un nome che non conoscevi, ha funzionato. Quando invece il centro del racconto è una persona o un gruppo, il pezzo sta in Monografie.
Prima del metronomo in cuffia le band andavano più veloci verso la fine, e non per sbaglio: acceleravano sui ritornelli. Uno studio su 255 singoli di Billboard dice in che anno la deriva è finita, e un produttore inglese racconta la volta in cui la macchina ha derivato al posto suo.
All'Amnesia il disc jockey non riusciva a mixare, i giradischi non tenevano la velocità e il club era vuoto. Alfredo Fiorito ha spostato l'apertura all'alba, e quello che è successo dopo l'Inghilterra se lo è portato a casa.
Jonny Trunk trova per caso un disco della Bosworth in un negozio, va a bussare alla loro sede di Soho e finisce per fondare un'etichetta. Trent'anni dopo, uno studio su un miliardo di ascolti spiega perché quei dischi lì un sistema di raccomandazione non li vede.
Ad Altona, alla fine degli anni Ottanta, una rassegna di concerti diventa un'etichetta. Attorno a L'Age d'Or nasce una generazione che torna a cantare in tedesco, e che passerà i dieci anni successivi a litigare con il nome che le hanno dato.
Una molla dentro un mobile, messa lì per far sembrare un salotto una chiesa. Quando veniva urtata mandava un tuono negli altoparlanti, e per vent'anni quel tuono è stato un guasto da riparare.
Dal 1996 lo studio che Jimi Hendrix si era fatto costruire nel Village viene occupato per anni da un gruppo di musicisti che registrano su nastro, non mixano per dodici mesi e si passano i pezzi da un disco all'altro. Come si lavorava dentro quelle tre sale.
Un disco portato da un viaggio nel 1984, i nastri originali ritrovati ad Atene nel 1997, e una collana che doveva contarne dodici e ne ha fatti ventisette. Come una serie di CD francese ha rimesso in circolo vent'anni di musica di Addis Abeba.
Un mixer Mackie a dodici canali, un campionatore con dieci secondi di memoria e un compressore da rack che costava poco: con questo si fa il disco francese più famoso degli anni novanta. Alan Braxe ha raccontato quali macchine ci sono dentro, una per una.
Nell'autunno del 1973 il disco più venduto in Inghilterra è la sigla di un poliziesco televisivo, firmata con un nome che non esiste. Dietro c'è un mestiere vecchio di sessant'anni: comporre musica a catalogo per chi ne ha bisogno, e non metterla in vendita.
Dopo l'indipendenza del 1960 in Mali le orchestre le fonda il presidente. I musicisti sono dipendenti pubblici, gli strumenti appartengono allo Stato, e la migliore di tutte suona nel buffet dell'albergo della stazione di Bamako.
A Londra il dub non arrivò come un genere da importare, ma come un mestiere da rifare in casa: prima sui sound system dei quartieri, poi in una stanza di Thornton Heath con un registratore di recupero.
Per quasi dieci anni in Italia si produsse una musica da ballo per l'estero che in Italia non aveva un nome. Glielo diede un distributore tedesco guardando gli scaffali, e oggi quel nome indica il contrario di quello che indicava allora.
Nel 1971 nascono a New York e a Oakland due etichette jazz gestite da musicisti. Una lasciava agli artisti l'ottantacinque per cento e la proprietà dei nastri, l'altra si faceva finanziare da un'etichetta country. Come funzionavano, e cosa le ha fermate.
Le sonorizzazioni di Piero Umiliani e Alessandro Alessandroni, nate per un catalogo e non per un film, sono diventate una miniera per collezionisti e produttori di tutto il mondo.
Un formato solo, e parte quasi sempre da un luogo comune per smontarlo con date, luoghi e nomi. Una scena non nasce da un manifesto: nasce da una sala prove che costava poco, da un negozio di dischi, da un'etichetta che ha detto di sì a qualcosa che nessun altro voleva stampare.
Sono fra i pezzi più lunghi del blog, e quelli in cui le fonti pesano di più: ogni affermazione fattuale ha il suo indirizzo in fondo alla pagina, e una voce di enciclopedia non basta mai da sola. I tag qui sopra filtrano per epoca e area geografica, che su una scena sono i due dati che restringono davvero.