Genere Genere: elettronica
Prima della musica, le macchine: come il Giappone ha inventato la sua elettronica negli anni '70
C’è un equivoco comodo su cui vale la pena inciampare subito. Quando si parla di “elettronica giapponese anni ‘70” si finisce quasi sempre per citare dischi che anni ‘70 non sono: Pizzicato Five, Yoshinori Sunahara, buona parte di ciò che immaginiamo come suono giapponese arriva dopo, tra gli ‘80 e i ‘90. Il decennio che conta davvero è più silenzioso, più solitario, e proprio per questo più interessante. Sono gli anni in cui il Giappone, prima ancora di avere una scena, si costruisce gli strumenti per averla.
Un uomo, un Moog, quattordici mesi
Il punto di partenza ha una data precisa: aprile 1974, quando la RCA pubblica Snowflakes Are Dancing di Isao Tomita. Non è musica nuova nel senso delle composizioni, perché sono tutte trascrizioni di Debussy. È nuovo tutto il resto. Tomita possedeva uno dei primi sistemi modulari Moog III arrivati in Giappone, importato a caro prezzo, e con quello ha fatto una cosa che all’epoca sembrava impossibile: ha costruito un suono polifonico quando i sintetizzatori polifonici commerciali non esistevano ancora. Lo ha ottenuto registrando una voce alla volta e sovrapponendole con una pazienza quasi monastica, in un lavoro durato quattordici mesi. Il disco entrò nella top 50 statunitense e raccolse quattro nomination ai Grammy del 1975.
Va detto per quello che è: un gesto isolato. Non c’era una comunità, non c’era un circuito di club, non c’era ancora un genere. C’era un musicista con una formazione da orchestratore, chiuso in una stanza a tradurre Debussy in tensioni elettriche, convinto che il timbro fosse a tutti gli effetti una forma di composizione.
Il substrato: chi costruiva gli strumenti
Ed è qui che la storia giapponese si separa da quella europea e americana. Altrove la musica elettronica nasceva dentro università e istituzioni, dagli studi della radio di Colonia a quelli di Milano e Parigi. In Giappone maturava in parallelo qualcosa di più prosaico e decisivo: un’industria. Nel 1972, a Osaka, Ikutaro Kakehashi fonda la Roland. Kakehashi non aveva una formazione musicale e non puntava al compositore di conservatorio: voleva strumenti piccoli, economici, semplici, adatti ai dilettanti. Nello stesso 1972 esce la prima drum machine Roland, la TR-77, e nel 1978 la CR-78, la prima drum machine programmabile guidata da microprocessore.
Non è un dettaglio da appassionati di strumentazione. È la questione di fondo. Negli anni ‘70 il Giappone non stava producendo dischi elettronici in quantità: stava producendo gli strumenti materiali con cui, di lì a poco, il mondo intero avrebbe fatto pop. Prima le macchine, poi la musica.
Il decennio si chiude, la scena si apre
La sintesi delle due linee, l’immaginazione solitaria di Tomita e l’industria degli strumenti, arriva sul finire del decennio. Nel 1978, a Tokyo, Haruomi Hosono chiama Ryuichi Sakamoto e Yukihiro Takahashi per un progetto che immaginava come un episodio unico. Hosono veniva dall’esotismo del suo album Paraiso, uscito lo stesso anno, e Sakamoto suonava nella sua band dal 1976. Registrano ad Alfa Studio, a Shibaura, e il 25 novembre 1978 esce, per l’etichetta Alfa, Yellow Magic Orchestra. Per costruirlo usano il sequencer Roland MC-8 Microcomposer: la stessa industria degli strumenti, di nuovo, dentro la musica. Quello che doveva essere un divertissement diventa la porta d’ingresso degli anni ‘80, con il techno-pop e l’elettropop che ne seguiranno.
Ma è importante vederli per dove stanno davvero, cioè sulla soglia. Gli Yellow Magic Orchestra non sono gli anni ‘70 giapponesi: ne sono la conclusione e insieme il superamento. Gli anni ‘70 veri sono l’attesa. Un musicista con un Moog, un ingegnere di Osaka con un’idea di strumento economico, e tutto lo spazio bianco tra i due.
Restano due dischi da tenere vicini. Il primo apre la storia, Debussy passato attraverso il Moog nota per nota. Il secondo è la sua ultima prova generale, prima del decennio che avrebbe cambiato il pop mondiale.