Artist pick Genere: Elettronica
Sakamoto, la playlist scritta per poter mangiare in pace
Scrisse al cuoco che il suo cibo era bello come Katsura Rikyu e che la musica del locale era come la Trump Tower. Poi si offrì di sceglierla lui, gratis, e non ci mise nemmeno un proprio pezzo. Quattro tracce da quella selezione, e il criterio che le tiene insieme.
C’è un ristorante giapponese su una traversa della Trentanovesima, a Manhattan, dove Ryuichi Sakamoto andava spesso. Il cibo gli piaceva. La musica no.
Non era una questione di volume. Era che nessuno l’aveva scelta: un misto di pop brasiliano, vecchio folk americano e un po’ di jazz, deciso dalla direzione in Giappone. Una volta se n’è andato a metà pomeriggio.
Tornato a casa ha scritto al cuoco, Hiroki Odo. La frase con cui ha chiuso la mail è la ragione per cui questa storia esiste.
Il tuo cibo è bello come Katsura Rikyu. Ma la musica in questo ristorante è come la Trump Tower.
Nella stessa mail si è offerto di occuparsene lui, senza farsi pagare, per potersi sedere lì in pace. Il cuoco ha detto sì. Da quel momento la musica del locale l’ha scelta Sakamoto, con il produttore Ryu Takahashi, e in nessuna versione della playlist c’è un pezzo suo.
Non è mettere la musica che ti piace
Glielo ha chiesto Ratliff, se bastasse scegliere quello che gli piaceva. Ha risposto di no.
Voleva partire da musica ambient, “non Brian Eno, ma più recente”. Poi è andato a sedersi in sala, ha ascoltato mangiando, e con sua moglie Norika Sora ha capito che era troppo scura per quella stanza: le pareti chiare, i mobili, la luce forte. Un pezzo giusto in cuffia può essere sbagliato lì dentro.
Takahashi ha contato almeno cinque versioni buttate prima di quella buona. Le cose scartate erano troppo alte, troppo brillanti, troppo jazz.
Cage che gli sembrava un pezzo pop
La traccia che ha fermato il giornalista a tavola è il primo movimento di “Four Walls” di John Cage, nella versione di Aki Takahashi. Pianoforte solo, nessun rumore intorno.
Sakamoto la commenta così: “È così pop. Sembra un successo radiofonico”. Detto di un pezzo di Cage del 1944 suona come una battuta, e invece è esattamente il criterio: dentro deve esserci qualcosa che si canta, altrimenti in una sala non regge.
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Le altre tre, e cosa hanno in comune
“My First Homage” di Gavin Bryars dura più di quindici minuti. In un ristorante è una scelta strana solo in apparenza: un pezzo lungo non chiede di essere seguito, si comporta come la luce.
“Graysmith’s Theme” è di David Shire e viene dalla colonna sonora di “Zodiac”. È musica scritta per stare sotto qualcos’altro, che è il mestiere richiesto qui.
“Claudia, Wilhelm R and Me” di Roberto Musci dura meno di tre minuti e arriva dall’Italia degli anni ottanta, da un archivio di registrazioni sul campo. Non somiglia a niente che si aspetti di sentire mentre mangia.
Il filo non è un genere. È che nessuno di questi pezzi chiede il turno.
L’abbiamo tenuta accesa un pomeriggio intero mentre lavoravamo, e la cosa che colpisce è proprio quella: ti accorgi della selezione quando finisce, non mentre va.
Le playlist che aveva fatto prima
Non era la prima volta che sceglieva musica per qualcun altro, ma le altre volte erano state per la famiglia.
Ne fece una per il figlio che stava imparando il basso, e ne tenne fuori Jaco Pastorius per gusto personale. Il figlio lo scoprì una settimana dopo e glielo rinfacciò.
Ne fece una per il padre, ricoverato. E una per il funerale della madre. Ratliff gli ha chiesto se contenesse la musica che lei amava. Sakamoto si è fermato, ha riso, e ha detto di no: “Era, in un certo senso, il mio ego”.
Sakamoto è morto il 28 marzo 2023, a settantuno anni. Resta il modo in cui trattava un impianto in una sala da pranzo: come un posto dove la musica va scelta da qualcuno, e non lasciata capitare.
Da ascoltare
L'artista
Ryuichi Sakamoto