Monografia Genere: Elettronica
Mohamed Bourouissa, dodici ritratti senza immagine
Ha passato vent'anni a mettere in posa le persone delle periferie parigine come figure di pittura di storia. Il suo primo disco fa la stessa cosa con il suono, e riduce ogni ritratto a due lettere.
Dodici tracce. Otto si chiamano con due o tre lettere: HFC, MG, FZB, NMB, AF, MN, JQ, AB. Una porta un nome intero, LILA, ed è quella che dà il titolo al disco.
Le altre tre sono INTRO, OUTRO e SEUM. Le prime due tengono l’elenco tra parentesi. L’ultima è la sola parola che non appartiene a nessuno.
Ogni traccia è dedicata a una persona a cui Mohamed Bourouissa stava pensando mentre la scriveva. Lui chiama il disco un “musical object”, un inventario delle relazioni che nella sua vita contano.
È il primo disco di un artista visivo che di mestiere fa esattamente questo: ritratti di persone. Solo che qui le persone non si vedono, e nemmeno si sentono nominare.
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La periferia messa in posa
Bourouissa nasce a Blida, in Algeria, nel 1978. Studia arti visive alla Sorbona fino al 2004, poi fotografia agli Arts Décoratifs di Parigi, e passa da Le Fresnoy tra il 2008 e il 2010.
Tra il 2005 e il 2008 costruisce la serie che lo fa conoscere, Périphérique. Sono scene delle periferie parigine che sembrano rubate e invece sono costruite pezzo per pezzo.
Disegna gli schizzi preparatori prima di uscire, dirige amici e conoscenti sul posto, aggiusta la composizione durante lo scatto, lavora in grande formato con la luce misurata di una campagna pubblicitaria.
Il modello non è il reportage: è la pittura di storia. Caravaggio, Delacroix, Géricault. La tensione sta nella posizione delle mani e nella direzione degli sguardi, esattamente come in un quadro.
“Tutte queste cose che fanno davvero parte della cultura europea, volevo reinterpretarle con questa nuova gioventù francese, con la sua storia e i suoi codici”, ha raccontato ad Aperture.
Il soggetto di Périphérique non è la periferia. È il modo in cui la periferia viene guardata.
Il meccanismo funziona perché smonta dall’interno. Le stesse persone che i telegiornali riprendono di corsa e sempre uguali entrano nella grammatica dei musei, e da lì lo stereotipo si vede meglio.
Nel 2018 il Musée d’Art Moderne di Parigi gli dedica Urban Riders, la sua prima personale in un museo francese, costruita intorno al film Horse Day girato tra i cavalieri di Strawberry Mansion, a Filadelfia.
Nel 2020 vince il Deutsche Börse Photography Foundation Prize con Free Trade, l’installazione presentata l’anno prima ai Rencontres d’Arles.
Il suono stava ai margini del lavoro
Nel 2008 comincia Temps mort, un video di diciotto minuti fatto con Al, un amico detenuto. Un anno di scambi da telefono a telefono, più di trecento tra SMS e MMS.
Bourouissa manda credito telefonico e istruzioni su cosa riprendere, riceve immagini a bassissima definizione girate dentro il carcere. Poi le stampa, le rifotografa e le ingrandisce. Il titolo viene dall’album di debutto di Booba.
Da lì la linea non si interrompe più, e resta sempre di lato rispetto al lavoro sull’immagine.
Timeline cliccabile
Temps mort
Il primo lavoro in cui la registrazione conta quanto l'inquadratura. Un anno di telefonate, messaggi e video a bassa definizione scambiati con un amico in carcere.
Libera improvvisazione
Lavora accanto al chitarrista libanese Sharif Sehnaoui e a Sina Araghi per una compilazione sperimentale. Il suono smette di essere il commento di un'immagine.
Le frequenze dell'acacia
Con il sound designer e programmatore Jordan Quiqueret cerca il modo di tradurre in ritmo le frequenze generate da un albero di acacia.
LILA
Il 24 luglio esce su PAN il primo disco a suo nome, catalogo PAN 149. Per la prima volta il suono non accompagna niente.
“Vedo il suono come un vettore di storia e memoria, a volte traumatica”, dice. “Lavorare con frequenze, rumori e respiri apre uno spazio di riparazione, una possibilità catartica.”
Dodici tracce, dodici persone
LILA esce il 24 luglio 2026 su PAN, l’etichetta che da anni raccoglie il margine tra elettronica sperimentale e arte sonora. Lo missa James Ginzburg, lo masterizza Rashad Becker.
Il materiale è fatto di synth senza peso, voci in Auto-Tune e sequenze ritmiche slegate. PAN lo presenta come un diario di riflessioni ipnagogiche, cioè di quel mezzo sonno in cui le immagini arrivano da sole.
Gli ospiti sono quattro, non tre come si legge in giro: Le Diouck su MG, Lion su NMB, Assounta su AF, Mushy sulla title track.
Le Diouck, all’anagrafe Magueye Diouck, è franco-senegalese, canta in wolof, francese e inglese, e nel 2025 ha pubblicato il suo debutto Grace Joke sulla stessa PAN. Mushy è l’italiana Valentina Fanigliulo, che incide anche come Phantom Love.
Di Lion e Assounta non si trova niente di pubblico. Su un disco che è un elenco di persone care e non una vetrina di collaborazioni, è il dettaglio più coerente di tutti.
C’è poi una corrispondenza che il disco non spiega. La nona traccia si chiama JQ, e Jordan Quiqueret, il programmatore delle frequenze dell’acacia, ha esattamente quelle iniziali.
Tre modi di trattare una voce
Su MG il ritmo parlato di Le Diouck entra nel disco senza svegliarlo: porta energia vocale e lascia intatta l'aria sospesa intorno.
La title track con Mushy è il punto in cui il disco si scopre. Bourouissa ripete una domanda sola, what did you say, why should I cry, dentro la distorsione e un ritmo che non torna.
SEUM non ha ospiti. Tensione ritmica, droni spettrali e voci lavorate fino a perdere la persona che c'era dietro.
SEUM, l’unica parola che non è un nome
Il seum viene dall’arabo dialettale sèmm, che vuol dire veleno, e per estensione gelosia e rabbia. Compare in francese verso il 2004, si diffonde dal 2012 attraverso il rap, poi nel parlato dei quartieri e da lì in quello di tutti.
Avoir le seum non è arrabbiarsi. È l’amaro che resta addosso dopo aver perso qualcosa, e infatti in Francia lo si dice guardando in faccia chi ha appena perso una partita.
Nel disco SEUM è la settima traccia, tre minuti e un secondo. Non chiude niente: sta in mezzo all’elenco, tra AF e MN, come se un sentimento fosse stato archiviato insieme alle persone.
A chiudere è OUTRO, che risponde a INTRO e riporta l’elenco dentro le sue parentesi.
Cosa resta quando il ritratto non si guarda
Bourouissa dice di lavorare la lingua prima come materia e poi come significato: vocali, consonanti, respiri e inflessioni valgono per come suonano.
È la ragione per cui nessuna di queste voci si lascia riconoscere. L’Auto-Tune qui non corregge niente, allontana.
In Périphérique le persone erano visibilissime, illuminate e messe in posa, e tutto il lavoro consisteva nel mettere in crisi chi le guardava. In LILA sono due lettere e una voce lavorata fino a non essere più nessuno.
Resta un elenco che chi ascolta non può decifrare e chi lo ha ispirato riconosce alla prima nota. Un carnet privato pubblicato per intero, che è anche il modo più semplice di fare un ritratto senza consegnare nessuno.
L'artista
Mohamed Bourouissa
Fonti
- Mohamed Bourouissa, LILA (pagina Bandcamp dell'artista, con crediti e testo di presentazione)
- PAN, Mohamed Bourouissa, LILA (PAN 149)
- a closer listen, Gianmarco Del Re, Mohamed Bourouissa ~ LILA (24 luglio 2026)
- Bandcamp Daily, Zoe Camp, Essential Releases (24 luglio 2026)
- Aperture, A Photographer's Dramatic Portraits of Youth on the Peripheries of Paris
- Prix Pictet, scheda Mohamed Bourouissa, ciclo Power
- Musée d'Art Moderne de Paris, Mohamed Bourouissa, Urban Riders (2018)
- Deutsche Börse Photography Foundation Prize 2020
- Mohamed Bourouissa, Temps mort (sito dell'artista)
- PAN, Le Diouck, Grace Joke (PAN 159)
- Orthodidacte, etimologia di seum