Genere Genere: Jazz
Strata-East e Black Jazz: quando i musicisti si fecero etichetta
Nel 1971 nascono a New York e a Oakland due etichette jazz gestite da musicisti. Una lasciava agli artisti l'ottantacinque per cento e la proprietà dei nastri, l'altra si faceva finanziare da un'etichetta country. Come funzionavano, e cosa le ha fermate.
Il fai da te discografico ha una data di nascita sbagliata. La si tende a mettere nel post punk inglese: etichette minuscole, dischi stampati con i propri soldi, distribuzione tenuta fuori dalle major.
La Factory di Manchester ne fece un motto, che JazzTimes cita per ricordare quanto poco fosse nuovo: i musicisti sono proprietari di tutta la musica, noi di niente.
Nel 1971 quella frase era già una clausola. A New York il trombettista Charles Tolliver e il pianista Stanley Cowell fondarono la Strata-East, dove gli artisti restavano proprietari di tutto quello che pubblicavano.
Nello stesso giro di mesi, a Oakland, il pianista Gene Russell apriva la Black Jazz. Nel comunicato che annunciava l’etichetta c’era una riga sola: il jazz è nero e va tenuto così.
Ottantacinque e quindici
Il numero che descrive la Strata-East meglio di qualsiasi aggettivo è una divisione. Ottantacinque per cento all’artista che produce, quindici all’etichetta per stampa e distribuzione.
La condizione era una: portare un nastro finito, pronto per la pubblicazione. Chi non aveva registrato niente non aveva niente da mettere in quel catalogo.
Cowell la chiamava concezione a condominio. Ognuno restava proprietario del proprio appartamento, e l’indirizzo comune serviva a stare sullo scaffale accanto alla Blue Note e alla Atlantic.
L’idea non era nata a New York. A Detroit, Kenny Cox e Charles Moore avevano fondato la Strata Corporation, con uno spazio per i concerti e il progetto di produrre dischi, e volevano che i due si affiliassero.
Tolliver preferì costituire una società a parte, la Strata-East Records Incorporated. Collegata, dice Cowell, ma indipendente.
Le date che contano
Debut Records
Charles Mingus, sua moglie Celia e Max Roach aprono la loro etichetta a New York. Chiude nel 1957.
Due etichette
Tolliver e Cowell fondano la Strata-East a New York. La Black Jazz di Gene Russell pubblica i suoi primi quattro dischi.
Winter in America
Gil Scott-Heron e Brian Jackson portano il disco alla Strata-East, che per la prima volta stampa un singolo.
La Black Jazz chiude
Venti dischi in catalogo, poi Russell smette per aprire un'altra etichetta, la Aquarican.
Tolliver smette
Cowell era già uscito per un'offerta della Galaxy. La società esiste ancora, ma la stagione delle uscite nuove è finita.
Il pezzo difficile era il cartone
Prima di partire, Tolliver si mise a studiare come si pubblica un disco per davvero. Andò da Max Roach, che con Mingus aveva tenuto in piedi la Debut Records dal 1952 al 1957, e si fece spiegare come facevano le copertine.
Il racconto che ne dà è controintuitivo. Il mastering si trovava, i distributori si trovavano: l’ostacolo era la carta, cioè le buste di cartone. Quello, dice, era tutto il gioco.
All’inizio ordinavano cinquecento copie per volta, perché erano soldi loro. Le scatole stavano nell’ingresso di casa di Cowell, a Westbeth, e in un mobiletto di cartone nel corridoio di Tolliver.
Il primo di fuori fu il sassofonista Clifford Jordan, che era già dentro il primo disco. Portò sette nastri già registrati, un pacco che chiamava la sua Dolphy Series.
Da quei nastri uscirono dischi di altri, “Izipho Zam” di Pharoah Sanders e “Zodiac” di Cecil Payne. Il suo, “Glass Bead Games”, arrivò nel 1974.
Oakland prese la strada opposta
La Black Jazz assomiglia alla Strata-East in tutto tranne che nei conti. Anche qui a decidere è un musicista, con una missione scritta: promuovere il talento dei giovani musicisti e cantanti afroamericani.
Il logo sono due mani nere che si stringono, in bianco e nero, senza altro. Il Quietus fa notare che Oakland è la città in cui erano nate le Pantere Nere.
Russell però non ci mise i propri soldi. Convinse la Ovation Records di Chicago, un’etichetta country, a finanziare e distribuire i dischi, tenendosi il ruolo di direttore artistico.
Chi metteva i soldi veniva dalla tecnica, non dal jazz: Dick Schory aveva lavorato sul suono quadrifonico e sul processo Dynagroove della RCA prima di aprire la propria etichetta.
Due modi di fare la stessa cosa
| Chi decideva | Strata-East: due musicisti, Tolliver e Cowell. Black Jazz: un musicista, Gene Russell, come direttore artistico. |
|---|---|
| Chi pagava | Strata-East: l'artista, che portava il master finito. Black Jazz: la Ovation Records, etichetta country di Chicago. |
| Chi era proprietario | Strata-East: l'artista, che teneva i nastri. Black Jazz: l'etichetta e chi la finanziava. |
| La divisione | Strata-East: ottantacinque per cento all'artista, quindici all'etichetta. Black Jazz: contratti ordinari. |
| Quanto è durata | Strata-East: oltre cinquanta album negli anni settanta. Black Jazz: venti dischi, poi la chiusura nel 1975. |
L’artista più presente in catalogo fu il tastierista Doug Carn, nato in Florida nel 1948, con quattro dischi. Nei primi tre canta sua moglie, Jean Carn.
Carn faceva una cosa che quasi nessuno faceva: scriveva parole su brani strumentali di altri, da “Acknowledgement” di Coltrane a “Search For The New Land” di Lee Morgan.
Ascolta mentre leggi
Il disco che ruppe il meccanismo
Un giorno del 1974 Gil Scott-Heron si presentò in ufficio. Lui e Brian Jackson avevano appena lasciato la Flying Dutchman per una lite sui diritti editoriali, e avevano quattromila dollari.
Bastavano per fare un disco, e il disco fu “Winter in America”. Frankie Crocker, che a New York aveva un programma molto seguito, cominciò a passare “The Bottle”.
Da quel momento arrivarono ordini da diecimila copie a un’etichetta i cui dischi, dice Plunky Branch, spesso non arrivavano a venderne mille. La Strata-East dovette pubblicare un singolo, cosa che non aveva mai preso in considerazione.
Tolliver racconta di aver detto no a Clive Davis, che dall’Arista voleva quel disco perché aveva appena messo sotto contratto Scott-Heron. La sua risposta fu: mettete la Strata-East nella vostra distribuzione, e poi ne parliamo.
Il successo non salvò il modello, lo mise sotto pressione. Cowell parla di produttori che si sentivano in credito vedendo il disco di un altro salire.
Era un piano grandioso, ammirevole, culturalmente raffinato. Solo, non sono sicuro che fosse un piano praticabile.
Tolliver è più asciutto: impossibile da amministrare, perché quel quindici per cento non copriva la luce, l’affitto e una segretaria a mezzo servizio.
Cowell intanto si era sfilato per un’offerta della Galaxy, che gli lasciava guadagnare qualcosa di suo. Verso il 1980 anche Tolliver decise di non spenderci più tempo.
Cosa è rimasto
Il modello venne copiato mentre era ancora in piedi. Nel 1975, a Washington, nasce la Black Fire Records dichiaratamente sul suo esempio, ma con una divisione a metà.
La Black Jazz finì prima: Russell muore nel 1981 e il catalogo esce di circolazione. Torna con i CD giapponesi della Snow Dog dal 2012 e con i vinili della Real Gone nel 2020 e nel 2021.
La Strata-East esiste ancora come società e oggi ristampa il proprio catalogo insieme alla Mack Avenue Music Group. Una copia originale, intanto, è diventata un oggetto da collezione.
Dieci anni di attività, cinquanta e più dischi, un ufficio in affitto all’incrocio fra la Ventesima e la Quinta Strada. Quello che è durato più dell’etichetta è la clausola: il nastro resta di chi lo ha suonato.
Da ascoltare
- Gene Russell, “New Direction” (1971): il primo disco della Black Jazz è quello del suo fondatore, in trio con percussioni.
- Doug Carn, “Infant Eyes” (1971): il primo dei quattro album di Carn per l’etichetta, con la voce di Jean Carn sopra brani di altri.
- Clifford Jordan, “Glass Bead Games” (1974): il disco a suo nome del sassofonista che portò alla Strata-East sette nastri già finiti.
- Gil Scott-Heron e Brian Jackson, “Winter in America” (1974): il disco che costrinse un’etichetta da cinquecento copie a stampare un singolo.
Da ascoltare
Fonti
- JazzTimes, Strata-East Records: An Oral History, di Michael J. West, in quattro pagine (copia d'archivio: il sito risponde 403). La divisione 85/15 e i nastri di Clifford Jordan stanno a pagina 2, Winter in America e Clive Davis a pagina 3, la Black Fire a pagina 4
- The Quietus, Daniel Spicer sulla storia della Black Jazz Records
- POW, Jazz Is Black and Must Be Kept That Way: The Black Jazz Records Essentials
- Strata-East Records, sito ufficiale dell'etichetta
- In Sheep's Clothing, Inside Strata-East, the Artist-Owned Label That Changed Jazz