Otto dischi inglesi usciti fra il 1987 e il 1993, messi in fila per etichetta. Il nome era una presa in giro dell'acid house, e in sei anni quella battuta è passata da un'etichetta di quartiere al caveau della Blue Note e a un marchio della Sony.
Dieci dischi incisi fra il 1957 e il 1965, messi in fila per indirizzo. Da una parte il salotto dei genitori di Rudy Van Gelder a Hackensack, dall'altra lo studio costruito apposta a Englewood Cliffs. Fra i due passano diciannove giorni.
Nel maggio del 2024 Bandcamp Daily ha chiesto a un sassofonista che nel 1973 divideva un loft con David S. Ware cosa stesse ascoltando adesso. Quattro delle sue scelte, con la ragione che ha dato lui, e una che su Spotify non c'è.
Prima di essere un gruppo erano la band di appoggio di mezzo Brasile. Poi cominciarono a provare nel fine settimana in casa del tastierista, e da quelle prove uscì un ibrido che chiamarono samba pazzo. Cinque tracce per capirlo, e Jazz Carnival è solo la porta d'ingresso.
Nel 1971 nascono a New York e a Oakland due etichette jazz gestite da musicisti. Una lasciava agli artisti l'ottantacinque per cento e la proprietà dei nastri, l'altra si faceva finanziare da un'etichetta country. Come funzionavano, e cosa le ha fermate.
ROGUE 020·
Il genere in breve
Il jazz che ci interessa è raramente quello dei dischi che tutti hanno già in casa. Sono più utili i momenti in cui qualcuno ha deciso di fare da sé: Charles Mingus e Max Roach con la Debut nel 1952, Sun Ra con la El Saturn nel 1957, e negli anni settanta una fila di etichette tenute in piedi dai musicisti stessi.
Quella scelta cambia il suono, non solo i contratti. Senza un ufficio commerciale che chieda un singolo, un pezzo può durare venti minuti, aprirsi con un coro o non avere un tema riconoscibile. Da lì viene buona parte di quello che oggi si chiama spiritual jazz, e da lì vengono i dischi che i produttori hip hop hanno passato trent'anni a cercare.