Dieci dischi americani usciti fra il 1995 e il 2000, messi in fila per etichetta. Guardati dai numeri di catalogo dicono una cosa che le copertine non dicono: molti non sono album, e quattro su dieci non li troviamo su Spotify.
Il pezzo del 1992 che tutti conoscono come l'elegia dell'hip hop nasce da un disco di sassofono del 1967 pescato in un negozio del Village da un altro produttore, che quel giro lo aveva già usato in un remix uscito prima. Come è passato di mano, e per chi è stato scritto.
Nel 2003 la Blue Note gli spedì i nastri originali e lo lasciò fare. Lui non ha scelto soltanto i pezzi: ha scelto le prese, e i minuti in cui in studio si parla e basta. Quattro dischi presi da quell'archivio, e cosa ci ha sentito dentro.
Quattro giradischi chiusi in una stanza, cinque giorni, cinque canzoni. È il patto che dà il nome al gruppo. In cinque dischi non è mai finita a cinque, e a luglio 2026 la serie si è chiusa.
ROGUE 022·
Il genere in breve
Il nostro hip hop comincia da un gesto tecnico: prendere quattro battute di un disco altrui e farle durare quanto serve. Da lì nascono due mestieri, quello di chi cerca i dischi e quello di chi li suona, e nessuno dei due assomiglia a scrivere una canzone.
Ci interessa dove quel gesto è diventato composizione. I dischi fatti di soli campioni, il giradischi usato come strumento invece che come arma da gara, le etichette piccole che li hanno pubblicati. È la parte del genere che condivide più cose con la musica elettronica che con la radio.