Artist pick Genere: Hip hop
Madlib, e cosa ha tirato fuori dall'archivio della Blue Note
Nel 2003 la Blue Note gli spedì i nastri originali e lo lasciò fare. Lui non ha scelto soltanto i pezzi: ha scelto le prese, e i minuti in cui in studio si parla e basta. Quattro dischi presi da quell'archivio, e cosa ci ha sentito dentro.
Il modo in cui è cominciata è meno solenne di come suona. A chiamare la Blue Note è stato Peanut Butter Wolf, il fondatore della Stones Throw, mezzo per scherzo.
Alla Blue Note era piaciuto “Angles Without Edges”, il disco che Madlib aveva pubblicato nel 2001 sotto il nome Yesterday’s New Quintet suonando lui tutti gli strumenti. Wolf ha proposto di fargli fare qualcosa. Hanno detto di sì.
Quello che è arrivato dopo non erano dischi. Erano i nastri.
Quello che ha scelto non erano soltanto i pezzi
Alla Blue Note gli hanno spedito i master delle vecchie sessioni, non le versioni pubblicate. Cioè le piste separate, e tutto quello che sta intorno a una presa.
Madlib lo racconta così, in un’intervista ripresa da Everything Jazz: sentire le cose che non si sentono, le prese diverse, i minuti fra una presa e l’altra in cui in studio si parla.
Trenta secondi prima del pezzo stanno parlando in studio, dicono a qualcuno di fare così, o insultano un tizio. È esattamente come facciamo noi.
Qui la selezione smette di essere una lista di brani preferiti. Sta scegliendo dentro un catalogo che quasi nessuno ha mai sentito da quel lato.
Il disco della flautista, quello che quasi tutti hanno campionato
“Fancy Dancer” di Bobbi Humphrey è del 1975, sesto disco per la Blue Note. Ai comandi ci sono i fratelli Mizell, dentro ci sono Chuck Rainey al basso e Harvey Mason alla batteria, e in una traccia l’arpa di Dorothy Ashby.
Non è un disco dimenticato: è uno dei più campionati del catalogo. Madlib ne prende “Please Set Me At Ease” e ci costruisce sopra un pezzo con il rapper M.E.D.
Ascolta mentre leggi
Il pezzo più riconoscibile di tutti
“Song for My Father” di Horace Silver, 1964, è la cosa più vicina a un inno che la Blue Note abbia. Prenderlo è la scelta meno furba possibile, ed è quella che ha fatto.
Silver in quel disco si stava allontanando dall’hard bop, con l’orecchio al Brasile e a Capo Verde. La linea di basso la conoscono anche quelli che non sanno di conoscerla.
Madlib la rifà con il suo gruppo Sound Direction e ne esce una versione lenta e sfatta, con la chitarra che va per conto suo.
Shorter, Hancock e un innesto
“Footprints” viene da “Adam’s Apple” di Wayne Shorter, 1966. È il pezzo in cui Shorter sposta il centro tonale per dare la sensazione che la musica levi da terra, e dietro ci sono Herbie Hancock, Reggie Workman e Joe Chambers.
“Dolphin Dance” viene da “Maiden Voyage” di Hancock, 1965. Madlib non la lascia intera: ci innesta dentro “Peace”, un altro pezzo di Horace Silver, e le fa suonare insieme.
È il gesto che spiega tutta la selezione. Non ha scelto quattro pezzi da rifare: ha scelto quattro punti di un archivio da cui tirare fili.
Li abbiamo messi in fila negli originali, senza le versioni di Madlib, e si sente cosa cercava: sono tutti pezzi con dei buchi dentro, posti dove non succede niente per due battute.
Perché conta chi ha la chiave dell’archivio
Un produttore hip-hop che campiona jazz nel 2003 non era una novità. Quello che non era mai successo è che l’etichetta gli desse le piste separate e il permesso di farne quello che voleva.
Il risultato, “Shades of Blue”, esce per la Blue Note stessa nel giugno del 2003, e oggi l’etichetta lo ristampa nella collana che riserva ai suoi classici.
La selezione di un artista, quando l’artista è anche quello che ci mette le mani, si legge due volte: cosa ha scelto, e da dove ha scelto di ascoltarlo.
Da ascoltare
L'artista
Madlib