Jonny Trunk trova per caso un disco della Bosworth in un negozio, va a bussare alla loro sede di Soho e finisce per fondare un'etichetta. Trent'anni dopo, uno studio su un miliardo di ascolti spiega perché quei dischi lì un sistema di raccomandazione non li vede.
Nell'autunno del 1973 il disco più venduto in Inghilterra è la sigla di un poliziesco televisivo, firmata con un nome che non esiste. Dietro c'è un mestiere vecchio di sessant'anni: comporre musica a catalogo per chi ne ha bisogno, e non metterla in vendita.
Il 27 dicembre 1968 compra dei locali al Trionfale e in pochi mesi ci mette dentro un Hammond C-3, dieci Neumann U87 e i primi sintetizzatori fatti arrivare dagli Stati Uniti. Da quella sala escono fino a dodici dischi l'anno, tirati in trecento copie e firmati con nomi che non sono il suo.
Le sonorizzazioni di Piero Umiliani e Alessandro Alessandroni, nate per un catalogo e non per un film, sono diventate una miniera per collezionisti e produttori di tutto il mondo.
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Il genere in breve
La library music non si comprava in negozio. Fra gli anni sessanta e ottanta case come la KPM in Inghilterra o la Octopus in Italia stampavano dischi destinati soltanto a produttori televisivi e cinematografici: sigle, stacchi, atmosfere, catalogati per uso e per durata. Il compositore veniva pagato una volta e passava al disco dopo.
Il vincolo ha prodotto libertà. Senza un pubblico da convincere e senza un'etichetta che chiedesse un singolo, quegli autori hanno provato cose che nessuna uscita commerciale avrebbe accettato: elettronica astratta, jazz scomodo, percussioni senza melodia sopra. Per questo la library è diventata il giacimento preferito dei produttori hip hop e dei collezionisti, e per questo ci torniamo spesso.