Monografia Genere: Library

Il Sound Work Shop di Piero Umiliani

Il 27 dicembre 1968 compra dei locali al Trionfale e in pochi mesi ci mette dentro un Hammond C-3, dieci Neumann U87 e i primi sintetizzatori fatti arrivare dagli Stati Uniti. Da quella sala escono fino a dodici dischi l'anno, tirati in trecento copie e firmati con nomi che non sono il suo.

Le tre note che conoscono tutti non stanno sul disco dove uno andrebbe a cercarle.

Giugno 1968, studio di registrazione, giornata caldissima. Umiliani sta chiudendo la colonna sonora di Svezia, inferno e paradiso di Luigi Scattini e manca il commento per poche sequenze brevi. Su una di queste improvvisa un ritornello di tre note e lo intitola “Viva la sauna svedese”.

Nessuno dei presenti, lui compreso, capisce cosa sia. Tanto che il pezzo resta fuori dall’album della colonna sonora e finisce solo su un long playing di sonorizzazioni, Psichedelica, stampato in duecento copie e non destinato al mercato.

Il resto della storia lo sanno anche quelli che non sanno il suo nome: l’editore americano lo ribattezza Mah-Nà Mah-Nà, i Muppet se lo prendono, il motivetto diventa patrimonio comune. Qui interessa l’altra metà, cioè cosa faceva quell’uomo nei quindici anni in cui quel disco in duecento copie era la sua normale unità di misura.

L’officina, comprata il 27 dicembre 1968

Il desiderio è vecchio: un’etichetta propria e una sala dove incidere, provare strumenti nuovi e montare l’audio dei film. La prima parte arriva nel 1964, con le edizioni e l’etichetta Omicron.

Il nome viene dall’altra “o” dell’alfabeto greco, in ricordo delle edizioni Omega che sua madre Eleonora aveva fondato per tutelargli i diritti quando lui aveva diciotto anni.

I primi tre album di sottofondi escono in cento copie l’uno, registrati alla RCA di Roma e da Morandini a Milano.

Il 27 dicembre 1968 Umiliani e sua moglie Stefania comprano dei locali al quartiere Trionfale, a Roma. Nel giro di qualche mese diventano il Sound Work Shop, e dal 1969 in poi tutte le sue colonne sonore autoprodotte vengono incise e montate lì dentro.

Con la sala nascono altre etichette: Liuto, SoundWorkShop, VideoVoice, Ciak, Telesound.

Ottantadue metri quadri, e cosa ci stava dentro

La sala è di ottantadue metri quadri, con un trattamento acustico pensato per la registrazione multipista. L’elenco delle macchine è la parte che dice di più, perché è l’inventario di uno che non stava improvvisando.

L'attrezzatura del Sound Work Shop

TastiereHammond C-3 con variatore di velocità, cabinet PR 40 e Leslie separati, Fender Rhodes, pianoforte a coda Petrof, pianoforte a puntine, spinetta.
BancoQuattordici canali, ognuno con filtri e incrocio a doppia curva.
MicrofoniDieci Neumann U87, quattro AKG, due Beyer M88, due MB Electronic.
RegistratoriAmpex a otto e a quattro piste.
AscoltoAltoparlanti Altec in sala. In cabina di proiezione, un proiettore a 35 mm e Tannoy.

Dieci Neumann U87 in una sala privata, nel 1969, in Italia, non sono una collezione: sono uno che registra orchestre vere tutti i giorni e non vuole rimandare niente.

Dagli Stati Uniti fa arrivare i primi sintetizzatori: Moog, Mellotron, Synthi. I loro suoni finiscono nei dischi di sonorizzazioni, che sono la produzione meno prestigiosa e più libera che avesse a disposizione.

”Inadeguati al mercato”

Quando cerca una distribuzione nazionale per quegli album, le major rispondono che sono inadeguati al mercato. I titoli rifiutati sono Switched on Naples, Synthi Time, Tra scienza e fantascienza, Mille e una sera.

Ascolta mentre leggi

Piero Umiliani, Tra scienza e fantascienza

Lui non si ferma e continua per conto suo. È la ragione per cui oggi quei dischi esistono ancora: nessuno li ha mai messi in un piano commerciale, quindi nessuno li ha mai chiesti diversi.

Dodici dischi in un anno, e cinque nomi che non sono il suo

Arriva a pubblicare anche dodici dischi in un anno. Per non riempire il settore delle sonorizzazioni di album a suo nome se ne inventa altri: Zalla, Catamo, Tusco, Rovi, Moggi, Ruscigan.

Quei dischi raramente superano le trecento copie di tiratura. Dentro però ci sono i musicisti che in quegli anni si potevano avere a Roma: i pianisti Antonello Vannucchi ed Enrico Pierannunzi, il bassista Giovanni Tommaso, i batteristi Vincenzo Restuccia e Gegè Munari, i trombettisti Oscar Valdambrini e Marcello Boschi.

Ce li siamo passati per settimane senza accorgerci che tre copertine diverse, con tre nomi diversi, portavano allo stesso uomo e alla stessa sala.

Dove finiva quella musica

Non nei negozi. I dischi di sonorizzazioni si mandavano alle produzioni e alla RAI perché li usassero come sottofondo, e da lì attingevano telegiornali, inchieste, documentari, la “Rotocalco” di Enzo Biagi e la rubrica sportiva 90° Minuto.

La produzione indipendente va avanti fino al 1983, quando il mercato delle sonorizzazioni si spegne e la musica di sottofondo per la televisione comincia a prendere altre strade.

Cosa resta

Resta un catalogo che altri hanno continuato a scavare: la Right Tempo lo ha rimesso in circolo, e nomi come DJ Krush, Cinematic Orchestra, High Llamas e Kid Loco lo hanno usato come miniera. Nel 1998 “Lady Magnolia”, incisa nel 1971 dentro To-Day’s Sound, è finita in uno spot dell’Algida.

Nel 2021 la Four Flies ha pubblicato L’uomo elettronico, sedici brani presi dall’archivio di famiglia, dichiaratamente sul lato più cupo della sua produzione elettronica fra il 1972 e il 1983. La cura è di Pierpaolo De Sanctis, che dice di essere stato il primo fuori dalla famiglia ad avere accesso a quel patrimonio.

Il disco è uscito il 14 febbraio 2021. Umiliani era morto il 14 febbraio del 2001.

Lo studio al Trionfale è ancora lì e si usa ancora, con un altro nome e un’altra gestione.

Da ascoltare

Piero Umiliani - Tra scienza e fantascienza
Piero Umiliani - Synthi Time
Piero Umiliani - To-Day's Sound
Piero Umiliani - L'uomo elettronico

L'artista

Piero Umiliani

Fonti

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