L'ordine non segue gli anni: segue chi porta la melodia. Si parte da flauti di canna e tamburi, si passa per una fisarmonica arrivata dall'altra parte dell'oceano e si finisce in un'orchestra di fiati. Lo stesso titolo compare due volte, al primo posto e al settimo.
In fado il titolo ha due parti: la canzone e, fra parentesi, la melodia su cui è appoggiata. Dieci brani in fila da quelle che non hanno un autore fino a quelle che portano un nome, e in mezzo la prova che la stessa melodia torna con parole diverse.
Un disco portato da un viaggio nel 1984, i nastri originali ritrovati ad Atene nel 1997, e una collana che doveva contarne dodici e ne ha fatti ventisette. Come una serie di CD francese ha rimesso in circolo vent'anni di musica di Addis Abeba.
Dopo l'indipendenza del 1960 in Mali le orchestre le fonda il presidente. I musicisti sono dipendenti pubblici, gli strumenti appartengono allo Stato, e la migliore di tutte suona nel buffet dell'albergo della stazione di Bamako.
World music non è un genere, è una casella. Il termine viene deciso in una riunione fra piccole etichette a Londra nel giugno del 1987, per una ragione pratica: i negozi non sapevano dove mettere quei dischi e senza una categoria non li ordinavano. Ha funzionato come strategia commerciale e ha creato un problema che dura ancora.
Il problema è che mette insieme tutto quello che non è anglosassone, come se il Brasile e il Mali avessero qualcosa in comune oltre al non essere Londra. Noi la usiamo come porta di servizio, non come descrizione: dentro ci sono scene precise, con i loro studi, le loro etichette e le loro discussioni interne, e meritano di essere raccontate una alla volta.