Una molla dentro un mobile, messa lì per far sembrare un salotto una chiesa. Quando veniva urtata mandava un tuono negli altoparlanti, e per vent'anni quel tuono è stato un guasto da riparare.
Nel 2019 Bandcamp gli ha chiesto cosa stesse ascoltando. Kevin Richard Martin ha risposto con dieci uscite divise in quattro categorie: colpi, riff, bordoni, voci celesti. Quattro di quelle scelte, con il motivo che ha dato lui, e una che esiste quasi solo lì.
A Londra il dub non arrivò come un genere da importare, ma come un mestiere da rifare in casa: prima sui sound system dei quartieri, poi in una stanza di Thornton Heath con un registratore di recupero.
Fra il 1979 e il 1982 una serie di dischi giamaicani mise due tecnici del suono uno contro l'altro in copertina. Il duello era la parte meno affidabile, e la posta vera era il nome che restava sull'etichetta.
Come un tecnico del suono di Kingston ha fatto del mixer uno strumento, e ha inventato un genere.
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Il genere in breve
Il dub comincia come un errore utile. A fine anni sessanta, in Giamaica, i tecnici scoprono che una versione strumentale sul lato B fa ballare quanto la canzone, e che togliere la voce lascia spazio a tutto il resto. King Tubby e Lee Perry trasformano quella scoperta in un metodo: il mixer diventa lo strumento principale, e il pezzo si suona spostando le manopole mentre il nastro scorre.
Da lì non se ne è più andato. Il basso in primo piano, il riverbero usato come spazio e non come effetto, la batteria che entra ed esce: sono scelte che ritrovi nel post punk inglese, nella jungle, in buona parte dell'elettronica fatta dagli anni novanta in avanti. Qui raccogliamo i pezzi che raccontano quel passaggio, dalle sale di Kingston a chi ha continuato a lavorare per sottrazione.