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Il dub in Inghilterra: dai sound system agli studi in casa

A Londra il dub non arrivò come un genere da importare, ma come un mestiere da rifare in casa: prima sui sound system dei quartieri, poi in una stanza di Thornton Heath con un registratore di recupero.

Nel 1965 Dennis Bovell arriva a Londra dalle Barbados e finisce dentro la cultura dei sound system il giorno stesso, perché suo padre ne aveva uno.

La definizione che ne dà è la più asciutta possibile: un amplificatore e un paio di casse, e a quei tempi quello era un sound system. Il sistema di suo padre si chiamava Tropical Soundmaster.

Il dub, in Inghilterra, comincia da qui e non da un disco importato. Comincia da un impianto in un salotto, e da chi decideva cosa ci passava sopra.

Le radio nere

Verso il 1968 e il 1969, quando arriva la generazione di Bovell, i sound system di Londra hanno già i loro quattro grandi: Coxsone, Duke Reid, Shelly’s e Neville the Enchanter.

Non erano un intrattenimento fra tanti. Erano, dice Bovell, le radio nere di quel tempo: il posto in cui una comunità decideva cosa ascoltare.

La gara fra sistemi non si vinceva col volume. Si vinceva sul peso, cioè su quanto basso riuscivi a mettere in una stanza tenendolo pulito.

All’inizio l’attrattiva dei sound system era chi riusciva a essere il più pesante. Non il più forte. Il più pesante, con qualità.

Dennis Bovell, in The Quietus

Nello stesso giro di anni, a Lewisham, un ragazzo arrivato dalla Giamaica da bambino comincia a lavorare con un sistema chiamato Freddie Cloudburst. Poi si costruisce il proprio e lo intitola al re zulù Shaka: diventerà Jah Shaka.

Dove gli altri sistemi avevano una squadra di selettori e di dj, lui faceva tutto da solo. Alla fine degli anni settanta le sue serate avevano un seguito di culto, ed erano note per l’atmosfera e per come ci si ballava.

Un disco inglese doveva passare per giamaicano

C’era un ostacolo che oggi si tende a dimenticare: su quei sistemi si suonavano dischi giamaicani, e un gruppo reggae inglese partiva svantaggiato.

Bovell lo aggirò con le dubplate, i dischi tagliati in copia unica per il sound system. Un amico sentì quelle del suo gruppo, i Matumbi, e li invitò a suonare sul proprio sistema, Sufferah’s Hi-Fi.

Le storie su come riuscì a far suonare band inglesi, e non solo dischi giamaicani, a chi selezionava per quei sistemi sono parte della sua leggenda.

Tenere un sound system, in quegli anni, aveva anche un costo che non stava sulla ricevuta della corrente. Le sus law, il potere di arrestare qualcuno per sospetto che veniva dal Vagrancy Act del 1824, negli anni settanta vennero riesumate contro i giovani neri.

Dicembre 1977: come si monta un dub

Il documento più utile su come il dub veniva fatto in Inghilterra non è un disco, è un articolo. Nel dicembre del 1977 la rivista Sounds manda Vivien Goldman a farsi spiegare da Bovell, passo per passo, come si prepara una sessione.

Ne esce un manuale involontario. Registra su un nastro da due pollici che porta sedici piste, su un banco da ventiquattro canali, e per preparare il banco gli servono una ventina di minuti.

La disposizione è sempre la stessa: batteria tutta a sinistra, la sezione ritmica al centro, le voci a destra. L’eco che attraversa i due altoparlanti, dice, suona come un treno che passa nella stanza.

C’è un limite che spiega il suono di quei dischi meglio di qualsiasi aggettivo. Con il reggae il massimo a cui si può arrivare è intorno ai sei decibel, perché il basso è così pesante che oltre quella soglia i solchi si incastrano quando si incide il disco.

Le altre regole sono altrettanto pratiche. Riverbero mai sulla cassa, che deve restare secca, e tantissimo sul rullante, per farlo sembrare in una stanza grande.

E poi c’è la definizione che vale da sola il pezzo: la chitarra ritmica è il poliziotto del reggae, perché tiene in riga tutti gli altri strumenti.

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Blackbeard, Strictly Dub Wize, 1978

Quel metodo, Bovell lo mette a nome Blackbeard: “Strictly Dub Wize” nel 1978 e “I Wah Dub” nel 1980. Nel secondo, uscito per la More Cut Records, suona lui batteria, basso, chitarra, pianoforte, organo, Fender Rhodes e percussioni, e firma il missaggio.

Nelle note di copertina di quel disco ringrazia Sir Coxsone, Duke Reid, Jah Sufferer, Neville the Enchanter e Count Shelley. Un disco inglese che dice grazie ai sound system, non ai musicisti.

Due studi ricavati in casa

Nel 1979 Neil Fraser inaugura Ariwa nella stanza sul davanti di casa sua, al 19 di Bruce Road, a Thornton Heath. Il nome viene dallo yoruba ariwo, che vuol dire comunicazione.

L’attrezzatura era un registratore Teac 3440 e roba scartata da altri. Nel maggio del 1982 lo studio si sposta in un seminterrato di Peckham, e nello stesso anno esce il primo capitolo della serie Dub Me Crazy: nel 1993 sarà arrivato al dodicesimo.

L’altra strada la apre Adrian Sherwood, che nel 1980 fonda On-U Sound con Kishi Yamamoto, dopo aver già provato altre tre etichette. Il primo singolo è “Fade Away” dei New Age Steppers, dello stesso anno; il primo album esce nel 1981.

Nei New Age Steppers cantano Ari Up delle Slits e Mark Stewart dei Pop Group. È il punto in cui il metodo giamaicano smette di essere un genere e diventa un modo di lavorare, applicabile al post punk, all’industrial e poi alla jungle.

Il pezzo di strada che va da un amplificatore in salotto a un seminterrato di Peckham dura meno di vent’anni. Alla fine, in Inghilterra, il dub non era più una musica da importare: era un mestiere che si insegnava fra vicini di casa.

Da ascoltare

  • Blackbeard, “Strictly Dub Wize” (1978): il primo dei due dischi di dub firmati da Dennis Bovell sotto pseudonimo.
  • Linton Kwesi Johnson, “LKJ In Dub” (1980): le versioni in dub dei brani del poeta, mixate da Bovell.
  • New Age Steppers: il primo album della On-U Sound, con Ari Up delle Slits davanti a una band di musicisti reggae.
  • Mad Professor, “Dub Me Crazy!!” (1982): il capitolo uno di una serie che nel 1993 sarà arrivata al dodicesimo.

Da ascoltare

Dennis Bovell - Strictly Dub Wize
Linton Kwesi Johnson - LKJ In Dub
New Age Steppers - New Age Steppers
Mad Professor - Dub Me Crazy!!

Fonti

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