Artist pick Genere: Dub
The Bug sceglie dieci dischi: colpi, riff, bordoni e voci celesti
Nel 2019 Bandcamp gli ha chiesto cosa stesse ascoltando. Kevin Richard Martin ha risposto con dieci uscite divise in quattro categorie: colpi, riff, bordoni, voci celesti. Quattro di quelle scelte, con il motivo che ha dato lui, e una che esiste quasi solo lì.
La domanda che gli hanno fatto nel 2019 era semplice: cosa stai ascoltando. Kevin Richard Martin, che come The Bug ha passato vent’anni a mettere insieme riddim caraibici e distorsione, ha risposto con dieci dischi.
Non li ha messi in fila. Li ha divisi in quattro mucchi, e i nomi dei mucchi dicono già come ascolta: colpi, riff, bordoni, voci celesti.
Prima di scegliere ha spiegato perché lo fa. Ha detto di essere affamato di musica, e di averne bisogno perché è competitivo con il suono: quando sente qualcosa di buono gli viene voglia di lavorare di più.
Il dub, che è il punto da cui parte tutto
La sua scelta reggae non è un disco famoso: è “The Walls of Jerusalem” di Yabby You con King Tubby, ristampato dalla Pressure Sounds.
Martin dice che Pete Holdsworth, che manda avanti quell’etichetta, è diventato un amico, e che per lui Pressure Sounds è la migliore etichetta di ristampe reggae che ci sia.
Il motivo che dà non è il gusto: è che ogni uscita gli insegna qualcosa e lo lascia a chiedersi cosa sia quello che sta sentendo.
Su King Tubby è più diretto: è uno dei suoi produttori preferiti di sempre.
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Il disco che esiste quasi solo su Bandcamp
La scelta più strana è “8 Furnitures” del giapponese Yosuke Tokunaga, e la parte migliore è come ci è arrivato.
Sua moglie è giapponese, dice, e nemmeno lei riesce a trovare interviste con questo musicista. Sembra esistere in un vuoto difficile da raggiungere: ha pubblicato parecchio, e Martin quella musica l’ha scoperta solo lì, su Bandcamp, e da nessun’altra parte.
Quello che ci sente lo dice con tre nomi: unisce i puntini fra i primi DJ Krush, gli Scorn e perfino Burial. Suono lavorato con cura, atmosfere pesanti, e lentissimo.
Quando dice bordoni intende una chiesa
“The Sacrificial Code” di Kali Malone, organo e basta, lo ha preso subito. Lo definisce sacro e ambient nello stesso momento, e poi con una formula che vale più di una recensione: musica da chiesa psichedelica.
Nella stessa risposta spiega il suo criterio, ed è il più chiaro dei dieci: oscilla di continuo fra il massimo e il minimo, fra il brutto e il bello, perché quello che lo attira sono gli estremi.
Il resto della sua scelta dice la stessa cosa da un’altra parte: nei riff mette i Big Brave e i Deafkids, cioè chitarre che vengono dai primi Swans e non ci restano.
L’ultima categoria si chiama voci celesti
Lì dentro c’è Nivhek, che è Liz Harris, cioè Grouper sotto un altro nome.
Martin racconta di averla vista dal vivo al Café Oto di Londra, seduta per terra a gambe incrociate, che suonava pianissimo. Dice che è stato uno dei concerti più silenziosi che abbia mai sentito, e che proprio per questo lo ha costretto ad ascoltare più a fondo.
Poi chiude la scelta con una frase che spiega mezza selezione: dice di essere molto attratto dal colore blu, nella musica.
Abbiamo messo i tre dischi che si trovano uno dopo l’altro, ed è vero che stanno insieme: cambiano gli strumenti, non cambia la stanza.
Cosa dice una scelta fatta così
Dieci dischi divisi in colpi, riff, bordoni e voci non sono una classifica. Sono quattro modi di usare la musica, dichiarati da uno che la fabbrica.
E c’è un dettaglio che vale per chi legge: metà di quelle uscite non stanno sulle piattaforme dove finiscono le playlist. Stanno su Bandcamp, dove le ha trovate lui, una per volta.
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L'artista
Kevin Richard Martin