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Il riverbero a molla, e il difetto che nessuno riusciva a togliere

Una molla dentro un mobile, messa lì per far sembrare un salotto una chiesa. Quando veniva urtata mandava un tuono negli altoparlanti, e per vent'anni quel tuono è stato un guasto da riparare.

Nel 1959 la Hammond Organ Company mette in vendita un riverbero nuovo, più piccolo e più economico degli altri. Le molle stanno appese a un telaio a forma di T, come una collana.

Funziona bene e ha un difetto solo. Se qualcuno urta il mobile, le molle sbattono fra loro e contro il telaio, e dagli altoparlanti esce un tuono.

Chi lo ha costruito lo scrive con una certa esasperazione: negli anni Cinquanta un tuono a sorpresa non faceva parte dello spettacolo, e nemmeno del salotto della nonna.

Quindici anni dopo, dall’altra parte del Golfo del Messico, quel rumore avrebbe smesso di essere un guasto.

Una stanza finta dentro un mobile

Il primo organo Hammond esce nel 1935, e chi lo compra si aspetta il suono che ha sentito in chiesa. In un soggiorno con la moquette e le tende quel suono non arriva.

Laurens Hammond va a cercarlo altrove. Ai Bell Labs esisteva un aggeggio elettromeccanico che simulava il ritardo di una telefonata interurbana: due molle per trasmettere il segnale, altre quattro per smorzarlo, e un tubo con dentro dell’olio, dove la quantità di olio decideva quanto ci mettesse a spegnersi.

Hammond lo modifica perché produca molti echi invece di uno solo, e il 15 luglio 1939 deposita il brevetto. Viene concesso il 4 febbraio 1941, con il titolo più asciutto possibile: Electrical musical instrument.

Nel testo lo scopo è dichiarato senza mezzi termini. Il sistema deve alterare il segnale allo stesso modo in cui lo altererebbe una sala con le caratteristiche di riverbero migliori per la musica che si sta suonando.

Il resto è ferramenta descritta al millesimo di pollice: filo da .030, spire da .30 di diametro, molle lunghe circa 32 pollici. La macchina intera era alta un metro e venti, e stava nel mobile degli altoparlanti.

Dove passa la molla

1939

Il brevetto

Laurens Hammond deposita il 15 luglio la domanda che diventerà US2230836. Il riverbero serve a dare a un salotto le proporzioni di una sala da concerto.

1959

Il riverbero a collana

Tre ingegneri della Hammond, Alan Young, Bert Meinema e Herbert Canfield, lo riducono a 33 centimetri per 35, spesso due e mezzo. Più leggero, più economico, e tuona quando lo urti.

1960

La valigetta

Young riceve l'incarico di risolvere il problema e si dà una misura: non più grande della sua ventiquattrore. Ne esce il Type 4, che diventa lo standard del settore.

1961

Esce dagli organi

Fender mette il Type IV dentro una scatola a valvole da mettere accanto all'amplificatore, sviluppata con Dick Dale. Si chiama semplicemente Reverb.

1963

Dentro l'amplificatore

Con il Vibroverb il riverbero entra per la prima volta in un amplificatore Fender, invece di stare in un mobile a parte.

La valigetta di Alan Young

Il problema del tuono viene affidato nel 1960 allo stesso ingegnere che aveva costruito la collana. Alan Young era anche un musicista, e portava i progetti a casa la sera e nei fine settimana.

Il vincolo che si dà è di ingombro, non di suono: il riverbero non deve essere più grande della sua ventiquattrore. Quello che ne esce è il Type 4, prima Hammond e poi Accutronics, e diventa la scatola che comprano tutti.

Nel 1964 la Hammond non ha più spazio per fabbricarli e sposta la produzione a Janesville, in Wisconsin. Nel 1971 si sposta di nuovo, a Geneva, in Illinois.

Chi la compra per primo

Nel 1961 Fender prende quel serbatoio e lo mette in una scatola a valvole, modello 6G15, sviluppata insieme a Dick Dale. Non è un accessorio per chitarristi soltanto: le istruzioni parlano di chitarra, fisarmonica, microfono, giradischi e materiale registrato su nastro.

I comandi sono tre, e uno decide tutto. Il Dwell regola quanto segnale viene mandato dentro le molle, e alzandolo compare quel gocciolare metallico che poi diventerà il suono di un’epoca intera.

Fino al 1963 nessun amplificatore Fender aveva il riverbero dentro: arriva con il Vibroverb. La scatola separata resta in catalogo fino al 1966.

Ascolta mentre leggi

Dick Dale & His Del-Tones, Let's Go Trippin', da Surfers' Choice

Kingston, la stessa scatola e un altro mestiere

Lo studio di King Tubby è un bungalow su Dromilly Avenue, nel quartiere di Waterhouse. L’inventario è corto e lo si può elencare in una riga.

Un registratore a quattro piste, un banco MCI, un’unità di riverbero a molla, un eco a nastro, e una macchina per incidere subito su acetato il risultato del missaggio. Manca la cosa che rende uno studio uno studio: la cabina per i musicisti.

Non è uno studio di registrazione. È una stanza dove si rifà qualcosa che è già stato registrato altrove, e dove gli oggetti valgono per quello che si riesce a farci fare.

Il tuono che nel 1959 era un difetto da correggere è, in quella stanza, una percussione a disposizione. Non serve nemmeno cercarla: sta dentro il mobile, e basta trattare la scatola come uno strumento invece che come un elettrodomestico.

Due modi di usare la stessa molla

La scatola e il mestiere

King Tubby, 1975. Sedici versioni in cui il riverbero entra e esce come uno strumento, non come una vernice.

Con Augustus Pablo, 1976. Due minuti e trentadue, e la melodica che rientra ogni volta da una distanza diversa.

Chi c’era racconta un’altra storia

Qui il racconto comodo vorrebbe che fosse una marca a fare il suono. Il nome che gira è Fisher, e chi mixava in quella stanza lo smentisce senza troppi riguardi.

Hopeton Overton Brown, che tutti chiamano Scientist, ha imparato lì da ragazzo. Nel marzo del 2020, intervistato da Geoff Stanfield per Tape Op, gli chiedono proprio degli equivoci sulle macchine.

Un riverbero Fisher c’era, e ci ho mixato due pezzi, ma il motivo per cui non ci ho mixato nient’altro è che era rumoroso. Non suonava bene. Quindi tutta questa storia del “c’era un Fisher sopra”: sì, ma io non l’ho usato su nessuno dei missaggi. Il riverbero che suona così me lo sono costruito con delle tecniche sul banco.
Scientist, Tape Op #136, marzo 2020

Vale anche per l’altra metà di quel suono. Il filtro passa alto, che molti scambiavano per un phaser, era il banco stesso: e Scientist dice che quel passa alto, montato su una consolle qualunque, semplicemente non funzionerebbe.

Ci siamo passati i dischi per un pomeriggio intero, provando a sentire dove finisce la molla e dove comincia la mano. Non ci siamo messi d’accordo, e non lo siamo ancora.

C’è un dettaglio che rende la cosa quasi comica. Il disco che Scientist indica come quello rimasto in testa a tutti, Scientist Rids the World of the Evil Curse of the Vampires, sui player oggi non si trova: la molla ha viaggiato più del catalogo.

Cosa resta della molla

Il percorso, messo in fila, è breve. Una simulazione di ritardo telefonico diventa una chiesa finta per il salotto, poi una valigetta, poi una scatola accanto a un amplificatore, poi un pezzo di arredamento in una stanza di Waterhouse.

A ogni passaggio qualcuno ha usato l’oggetto per qualcosa che non era previsto. L’ultimo passaggio è l’unico in cui il difetto smette di essere un difetto, e non perché la scatola fosse cambiata.

Da ascoltare

Dick Dale & His Del-Tones - Let's Go Trippin'
King Tubby - Dub From The Roots
King Tubby - King Tubby Meets Rockers Uptown
Scientist - Scientist Meets the Space Invaders

Fonti

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