Artist pick Genere: Jazz
Alan Braufman consiglia quattro dischi, e uno su Spotify non c'è
Nel maggio del 2024 Bandcamp Daily ha chiesto a un sassofonista che nel 1973 divideva un loft con David S. Ware cosa stesse ascoltando adesso. Quattro delle sue scelte, con la ragione che ha dato lui, e una che su Spotify non c'è.
Nel maggio del 2024 Bandcamp Daily ha fatto ad Alan Braufman la domanda più semplice che si possa fare a un musicista: cosa stai ascoltando.
L’occasione era l’uscita di Infinite Love, Infinite Tears, il 17 maggio. La risposta è arrivata come sei dischi presi dal catalogo di Bandcamp, ciascuno con il motivo per cui ci sta.
Prima delle scelte, però, c’è il criterio, ed è la parte che conta.
Cosa vuol dire free, secondo lui
Cos’è il free jazz? È una domanda profonda. Penso che la musica libera debba consistere nel fare quello che vuoi.
Braufman distingue fra il free e il “free” fra virgolette, che è l’idea che il pubblico si è fatto della cosa. Troppo spesso, dice, il free jazz è stato associato solo all’urlare. Ma se ha voglia di suonare un pezzo che non è free, free jazz non dovrebbe voler dire che è libero di farlo?
Le sue credenziali su questo punto sono difficili da contestare. Nato a Brooklyn, è stato uno dei pilastri della scena loft di New York negli anni settanta.
Nel 1973 si trasferisce insieme al sassofonista David S. Ware e al pianista Cooper-Moore, che allora si chiamava Gene Ashton, in un edificio al 501 di Canal Street, in quella che oggi è Tribeca. Lì dentro nel 1975 registra il suo primo disco, Valley of Search.
Poi passa quarant’anni per lo più fuori New York, in tour con gente come Carla Bley, i Psychedelic Furs e Philip Glass.
David S. Ware, “Prayer”
La prima scelta è un pezzo che è la colonna sonora di un periodo preciso della sua vita.
Al 501 di Canal Street, racconta, facevano tutti la cosa “free”, cioè si mettevano insieme e tiravano giù il tetto. Poi Ware ha cominciato a scrivere, e “Prayer” è uno dei primi pezzi che ha scritto.
La band di Ware con Cooper-Moore e il batterista Marc Edwards, gli Apogee, è nata in quel palazzo. Braufman li sentiva suonare quel pezzo a tutte le ore.
“David era uno che scriveva in modo bellissimo e suonava in modo bellissimo”, dice.
Ascolta mentre leggi
Immanuel Wilkins, “Free Blues”
La seconda scelta è il contrario della prima: un pezzo senza nessuna melodia.
“Questo pezzo ti fa vedere dove può arrivare il suonare libero, perché dentro non c’è melodia. È improvvisazione libera dall’inizio, e il flusso di idee non si ferma finché non decide lui di fermarsi.”
Braufman aggiunge la cosa che gli interessa da sassofonista: Wilkins ha tutto, timbro, tecnica, idee, scrittura.
Steve Lyman, “Spiral”
La terza scelta comincia con una dichiarazione contro il proprio gusto: non sono un grande fan degli assoli di batteria.
Detto questo, Spiral è quasi cinquanta minuti di assolo di batteria, ed è uno dei suoi dischi preferiti degli ultimi tempi. Il motivo che dà è la varietà: ogni pezzo è completamente diverso dal precedente, con un impianto minimo.
Patricia Brennan, “Maquishti”
La quarta sta nella stessa categoria: un intero disco di vibrafono solo.
Quello che ci sente Braufman è cinematografico, dice, visivo come una bella colonna sonora. E aggiunge una cosa che vale come avvertimento a chi volesse fermarsi lì: il sestetto con cui Brennan suona adesso non somiglia per niente a quel disco.
Non è un dettaglio da poco, visto che Patricia Brennan suona nel disco nuovo di Braufman.
Cosa dice di come ascolta
La frase che tiene insieme tutte e sei le scelte non sta in nessuna di esse. Sta in mezzo, quando parla del sassofonista Rob Brown.
“Sono uno da timbro”, dice: “se il suono di qualcuno non mi piace, non voglio nemmeno sentire le note che suona. Se il suono mi piace, può anche suonarmi una scala maggiore e io sto lì ad ascoltare”.
È il criterio più semplice possibile, e spiega perché in questa lista stanno insieme un pezzo senza melodia, un disco di sola batteria e uno di solo vibrafono.
Da ascoltare
L'artista
Alan Braufman