Genere Genere: New wave

Nel 1979 le canzoni hanno smesso di accelerare

Prima del metronomo in cuffia le band andavano più veloci verso la fine, e non per sbaglio: acceleravano sui ritornelli. Uno studio su 255 singoli di Billboard dice in che anno la deriva è finita, e un produttore inglese racconta la volta in cui la macchina ha derivato al posto suo.

“Honky Tonk Women” comincia a 109 battiti al minuto e finisce a 127.

Sono diciotto battiti, il sedici per cento. Nessuno, nel 1969, lo ha considerato un difetto da correggere: il disco è uscito così, e dal vivo i Rolling Stones hanno continuato a farlo.

Per decenni questa cosa si è raccontata a orecchio. Adesso c’è una misura.

Due ricercatori, David S. Carter e Ralf von Appen, hanno costruito la mappa di tempo di 255 singoli entrati nella top 15 di fine anno di Billboard fra il 1966 e il 1995. Il lavoro è uscito su Intégral, la rivista di teoria musicale della Eastman School of Music.

La deriva non era sciatteria

Il punto che rovescia il luogo comune è questo: dove acceleravano, acceleravano nei posti giusti.

“I Get Around” dei Beach Boys, 1964, tiene le strofe fra 140 e 145 battiti e prende una decina di battiti in più sui ritornelli. Non è un batterista che scappa. È una spinta che arriva quando entra il coro.

Anche “She Loves You” fa la stessa cosa.

E funziona pure al contrario. “I Love Rock ‘n Roll” di Joan Jett, che è del 1982, rallenta del 4,3 per cento sui pre-ritornelli, e quel freno serve a caricare l’ingresso dopo.

Quanto acceleravano, dall'inizio alla fine del pezzo

The Rolling Stones, Honky Tonk Women (1969)Da 109 a 127 battiti, più 16 per cento.
Carter Family, Can the Circle Be Unbroken (1935)Da 85,6 a 99,8 battiti, più 16,6 per cento.
AC/DC, Hells Bells (1980)Da 95,7 a 110,8 battiti, più 15,7 per cento.
Jimi Hendrix Experience, Purple Haze (1967)Da 98,7 a 113,2 battiti, più 14,7 per cento.
Beatles, I'm So Tired (1968)Da 66,9 a 75,6 battiti, più 12,9 per cento.

Non erano eccezioni. Prima del 1978 il 46 per cento dei pezzi del campione finiva almeno il tre per cento più veloce di come era cominciato, e il 22 per cento almeno il cinque.

Ascolta mentre leggi

The Rolling Stones, Honky Tonk Women: diciotto battiti in più dall'inizio alla fine

L’anno in cui la riga si appiattisce

I due ricercatori misurano la variabilità con il coefficiente di variazione, e i numeri mediani per anno raccontano una cosa sola.

Nel 1972 il valore mediano è 1,51. Nel 1978 è 0,84. Nel 1979 crolla a 0,46, e dal 1982 in poi non risale più sopra lo 0,5. Nel 1994 tocca 0,03.

Il conteggio secco è ancora più chiaro. Prima del 1976 nessun pezzo della top 15 sta sotto lo 0,5. Nel 1978 sono tre su quindici. Nel 1979 sono dieci su quindici.

Le soglie servono a capire cosa c’è dietro un numero: sotto 0,2 c’è un sequencer, una drum machine o un nastro in loop; fra 0,2 e 0,5 c’è un batterista in carne e ossa che suona su un click; fra 0,5 e 2 non c’è nessun ausilio.

La macchina che ha derivato

Qui arriva la parte che non ti aspetti, e la racconta chi c’era.

Steve Levine ha prodotto i Culture Club. Spiega che la Linn non usava lo SMPTE ma un tono pilota: si programmavano le parti nella macchina, si premeva play e il tono si registrava su una pista del multitraccia.

Su “Karma Chameleon” quel sistema ha ceduto.

Il tempo andava così veloce che stava saltando il tono pilota e correva libero, e nella versione che ho stampato la canzone accelera leggermente man mano che si avvicina alla fine.

La macchina comprata per togliere la deriva ha derivato. Su un disco del 1983 che sta in classifica dappertutto, e nessuno se ne è accorto per anni.

Vale la pena aggiungere come lavorava Levine: la Linn non sostituiva il batterista. Metteva il levare sotto, e Jon Moss ci suonava sopra.

È lo stesso metodo di “Every Breath You Take”. La cassa arriva da una Oberheim DMX, e Stewart Copeland sovraincide rullante, charleston e piatti.

La libertà si è messa a fingere

Una volta che la griglia ha vinto, il respiro non è sparito. Si è messo in scena.

In “I Will Survive” c’è un punto, poco dopo il secondo minuto e mezzo, in cui il pezzo sembra fermarsi e prendere fiato. Non si ferma: dura esattamente tre battute al tempo del click, 116 battiti. Il batterista, James Gadson, ha confermato che il click c’era.

La stessa cosa succede in “Centerfold” della J. Geils Band, dove la sospensione dura nove click precisi.

Il rubato è diventato una misura. Si conta.

Poi qualcuno è tornato indietro a sistemare

L’ultima parte dello studio è quella che dà più fastidio, e non c’entra con gli anni settanta.

Diversi remaster digitali hanno quantizzato la deriva dei dischi originali, senza dirlo. “Stayin’ Alive” dei Bee Gees passa da 0,10 a 0,02 nel rimaster del 2009. Stessa sorte per “More Than a Woman”, per “Another One Bites the Dust” dei Queen, per “Bad Girls” di Donna Summer, per “When Doves Cry” di Prince.

Vuol dire che la versione che ascolti oggi in streaming può non avere più il movimento che aveva il disco.

Ci abbiamo messo un pomeriggio a confrontarne un paio in cuffia, e la differenza non è dove ce la si aspetta: non senti che è “più preciso”, senti che non ti tira più avanti.

Un ultimo dettaglio, per chi ha sempre creduto il contrario. Quel ticchettio dentro “Blackbird” non è un metronomo. È il piede di McCartney.

Da ascoltare

The Rolling Stones - Honky Tonk Women
The Beach Boys - I Get Around
Culture Club - Karma Chameleon
The Police - Every Breath You Take

Fonti

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