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Hamburger Schule: la scuola in cui nessuno voleva essere iscritto

Ad Altona, alla fine degli anni Ottanta, una rassegna di concerti diventa un'etichetta. Attorno a L'Age d'Or nasce una generazione che torna a cantare in tedesco, e che passerà i dieci anni successivi a litigare con il nome che le hanno dato.

Ad Altona, alla fine degli anni Ottanta, i fratelli Carol e Chris von Rautenkranz mettono in piedi una rassegna di concerti insieme a Pascal Fuhlbrügge, che suona la chitarra nei Kolossale Jugend.

Non è un progetto industriale. È un posto dove suonare, in un quartiere di Amburgo, in un momento in cui in Germania cantare in tedesco significava ancora una cosa sola e piuttosto imbarazzante.

Da quella rassegna, nel 1988, esce un’etichetta. Si chiama L’Age d’Or, e Carol von Rautenkranz racconta l’ambizione senza abbellirla: dall’underground alle classifiche, fin dall’inizio.

Il muro cadrà l’anno dopo.

Un tedesco fatto a pezzi

La cosa che sorprende, riascoltando oggi quei dischi, è quanto poco somiglino alla Neue Deutsche Welle di pochi anni prima.

Dove la NDW era leggera e a volte ingenua, qui il tono è brusco, distanziato, aggressivo. “Der Text ist meine Party und mein Bild ist kein Messer”, cantano i Kolossale Jugend. I Cpt. Kirk &. arrivano a “chi abita qui combatte a tempo, e chi usa i muscoli inventa il denaro”.

Una recensione del debutto dei Kolossale Jugend battezza quella lingua con una parola sola, Stümmeldeutsch: tedesco mozzato, monco.

Non è sciatteria. È il punto. Nel rock politico degli anni Settanta c’era un “noi” da costruire; in queste canzoni non c’è nessun “noi”, c’è solo un io incrinato dai rapporti in cui sta, e la lingua si incrina insieme a lui.

Jochen Distelmeyer dei Blumfeld lo dice quasi in forma di teorema: i suoi testi non sono testi “tedeschi”, perché non servono a fissare un’identità propria, ma a scioglierla.

Ascolta mentre leggi

Blumfeld, Ich-Maschine, 1992

Tutti nello stesso bar

Il motivo per cui questa storia è successa ad Amburgo e non altrove non è musicale, ed è la cosa che tutti i testimoni raccontano per prima.

Charlotte Goltermann, che lavorava a L’Age d’Or, lo mette in una frase che vale come mappa: quello che altrove non c’era è che i musicisti di Die Sterne, Tocotronic, Milch, Die Regierung, Huah! e Blumfeld passavano le serate nello stesso bar, e nello stesso bar c’erano i giornalisti con cui poi litigavano.

I nomi dei locali sono ancora quelli che si citano: il Sorgenbrecher, il Caspers Ballroom, l’Heinz Karmers Tanzcafé.

Ci abbiamo messo un po’ a capire che quel tedesco lì non si afferra al primo ascolto nemmeno sapendo il tedesco. Li abbiamo rimessi su con i testi davanti, ed è cambiato tutto.

Frank Spilker aveva fondato Die Sterne nel 1987 a Bad Salzuflen, e ad Amburgo arriva da fuori. Descrive l’arrivo come un sollievo pazzesco, un “wow”: c’erano moltissime persone come lui, una generazione intera che faceva qualcosa, e musica molto diversa fra loro.

Il caso di Fuhlbrügge dice l’altra metà. Parlando del clamore nato attorno alla parola Hamburger Schule e ai dischi di Die Sterne e Tocotronic, dice con qualche malinconia che loro erano arrivati troppo presto, e che non gliene è arrivato più niente.

Un dettaglio da collezionisti resta appiccicato al catalogo. Sulla ristampa del 2004 di Heile Heile Boches la riga di copyright porta ancora l’etichetta: L’age d’or, Lado Musik GmbH.

Una scuola senza iscritti

Il nome arriva dalla stampa, non dalle band. E le band lo detestano quasi all’unanimità.

Non esiste una band che appartenga alla Hamburger Schule e che dica di sé di appartenere alla Hamburger Schule.
Ale Dumbsky, fondatore dell'etichetta Buback

Ebba Durstewitz, dei JaKönigJa, aggiunge la sfumatura che rende la faccenda credibile: si sono arrabbiati tutti per il cassetto in cui li avevano messi, anche quelli a cui il cassetto stava bene.

Knarf Rellöm, degli Huah!, si limita a fare le domande giuste. Che cosa vuol dire? Chi dovrebbe farne parte? E perché mai dovrebbe andare dal rock minimale influenzato da hip hop e techno fino al pop di chitarre indie?

Musicalmente, in effetti, la scuola non esiste. Fra il funk dei Die Sterne, le chitarre grattate dei Tocotronic e il post rock dei Kante non c’è un suono comune da nessuna parte.

Quello che c’è, dicono tutti, è una posizione politica. Erano gli anni degli attacchi razzisti e degli incendi dolosi in Germania, e queste canzoni provano a rispondere con una lingua diversa da quella del comizio.

Poi il cassetto comincia a vendere. Nel 1995 esce Digital ist besser dei Tocotronic, e l’anno dopo “Was hat dich bloß so ruiniert” dei Die Sterne gira in rotazione pesante su Viva, che è un canale televisivo musicale.

Dieci anni dopo la fine della Neue Deutsche Welle, cantare in tedesco è di nuovo di moda e soprattutto redditizio. Ed è qui che la storia trova la sua scena.

Colonia, la fiera e il premio

Alla Popkomm di Colonia, la fiera dell’industria discografica, il canale musicale Viva assegna i suoi premi Comet. I Tocotronic sono candidati nella categoria “giovani, tedeschi e in ascesa”.

Salgono sul palco. Ringraziano educatamente per l’invito. Poi rifiutano il premio.

Dalla sala partono i fischi, e Jan Müller risponde con una frase che il cronista della taz annota così com’è: non siamo orgogliosi di essere giovani. Poi aggiunge la seconda metà: e non siamo nemmeno orgogliosi di essere tedeschi.

Il resoconto della taz, in edicola il 22 agosto, descrive prima di tutto la faccia dei dipendenti di Viva: un attimo di silenzio, poi una chiazza rossa su ciascuna guancia. Nella stanza qualcuno minaccia licenziamenti ai colleghi, qualcun altro medita offeso su come cambiare la programmazione.

La stessa taz, però, non fa il tifo. Osserva che la rinuncia non suona soltanto ribelle, suona anche un po’ curiosa: se in una discussione decidi di lasciar perdere una cosa, di solito non metti in conto di trovarti davvero, di lì a poco, nella posizione di poterla lasciar perdere.

Otto anni prima, quando ad Altona si organizzavano concerti, quella posizione non era in conto per nessuno.

Da ascoltare

Kolossale Jugend - Heile Heile Boches
Blumfeld - Ich-Maschine
Tocotronic - Digital ist besser
Die Sterne - Was hat dich bloß so ruiniert

Fonti

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