Genere Genere: R&B
Electric Lady, le tre sale dei Soulquarians
Dal 1996 lo studio che Jimi Hendrix si era fatto costruire nel Village viene occupato per anni da un gruppo di musicisti che registrano su nastro, non mixano per dodici mesi e si passano i pezzi da un disco all'altro. Come si lavorava dentro quelle tre sale.
La prima cosa che hanno fatto, entrando, è stata pulire.
“Stavamo letteralmente soffiando la polvere di dosso al Fender Rhodes che c’era là dentro”, racconta l’ingegnere Russell Elevado. “Io pulivo la polvere dai microfoni.”
Lo studio era Electric Lady, all’8 Ovest numero 52, nel Village: quello che Jimi Hendrix si era fatto costruire e che nel 1996 lavorava poco.
Come ci sono finiti
L’idea non nasce da una prenotazione ma da due dischi tirati fuori da una collezione.
Elevado stava ascoltando musica con D’Angelo per preparare il disco che sarebbe diventato Voodoo, trova Music of My Mind e Talking Book, e gli mostra che Stevie Wonder li aveva fatti lì.
D’Angelo non sapeva nemmeno che Electric Lady fosse ancora aperto. Poi la frase con cui ha chiuso la questione, riportata da tutti e due i presenti: “Ha la benedizione degli spiriti. Dobbiamo andare là. È l’unica cosa giusta.”
Le prime sessioni sono di fine 1996. Dall’inizio del 1997 la sala A è prenotata per l’anno intero.
Non si mixava. Per un anno intero si è soltanto suonato e registrato. Quell’anno abbiamo consumato duecento bobine di nastro.
Un anno di registrazioni senza mixare è una scelta economica prima che estetica: significa che nessuno stava chiudendo niente.
Cosa succedeva fra le sette di sera e le cinque del mattino
Il metodo, per come lo racconta Questlove, comincia davanti a un televisore.
Nella sala di pausa c’erano una TV e un videoregistratore. Lui tornava dai viaggi in Europa e in Asia con borse piene di quaranta o cinquanta cassette VHS: concerti di Prince, puntate di Soul Train, Michael Jackson, Al Green, Stevie Wonder, Marvin Gaye.
Dalle sette alle nove di sera si guardavano quei nastri, a volume da concerto, spesso lo stesso pezzo più volte. Verso le nove e mezza si andava in sala.
Lì rifacevano per due ore il concerto che avevano appena visto. Quando dentro la jam capitavano otto battute buone, la domanda diventava una sola: come si dimezza questa energia perché stia su un disco.
Un’ora, in media, per portare una cosa da centoventi battiti al minuto a ottanta.
Ascolta mentre leggi
Dooinit viene da una sfida a chi fa il giro migliore, e la racconta Questlove: aveva dato a J Dilla Street Songs di Rick James pensando di metterlo in difficoltà, perché è un disco funk commerciale del 1981 senza break di batteria dentro.
Dilla ha preso l’introduzione, ha tagliato il basso e ha rallentato tutto. Common lo ha sentito e ha deciso che quel pezzo sarebbe stato il secondo del suo disco.
Le macchine erano quelle di prima
Electric Lady è stata scelta per la strumentazione vecchia, e questo ha imposto un modo di suonare.
Il Fender Rhodes e il clavinet erano gli stessi che Stevie Wonder aveva usato su Talking Book. Questlove suonava una batteria Ludwig del 1968, Pino Palladino dei bassi Precision degli anni cinquanta.
La lezione tecnica gliela dà Elevado alla prima presa di Playa Playa, quando Questlove stava spingendo sul pedale della cassa come per bucarlo: più leggero suoni, meglio viene.
Questlove si era costruito una gabbia dentro la sala grande, con dei pannelli e delle lenzuola sopra. Bilal la descrive così: dentro non lo vedevi, si sentiva solo la batteria.
Quarantotto piste, e i trucchi per farcele stare
Il vincolo vero non era il gusto: era il numero di piste disponibili.
Elevado lo spiega senza nostalgia: due registratori a ventiquattro piste, quarantotto in tutto, e basta. Quando servivano altre tracce, bisognava trovare lo spazio dentro il pezzo.
Il modo era questo: il tamburello non suona nei ritornelli, quindi in quel punto della stessa pista ci va la chitarra. Poi in mixaggio la stessa traccia si duplica e si automatizzano le esclusioni, così ogni parte esce solo quando deve.
Pro Tools arriva alla fine delle sessioni di Voodoo, e a Elevado non piaceva. Tre pezzi ci sono passati comunque, perché erano riprese dal vivo da accorciare, e su un paio di altri il nastro multitraccia lo hanno tagliato davvero.
Su The Root, dice, le piste di voce erano una quarantina. All’epoca era una quantità che non si vedeva.
D’Angelo, che su Brown Sugar si era registrato le voci da solo, a un certo punto ha chiesto di farlo anche lì. Gli hanno insegnato a inserire in registrazione sulla macchina a nastro e a usare il banco, e ha fatto da sé.
Tre sale in parallelo, e i pezzi che passavano di mano
Dal 1998 la cosa cambia scala. James Poyser: per un periodo si lavorava in tutte e tre le sale insieme.
Per chiudere Mama’s Gun di Erykah Badu, con la scadenza addosso, tenevano tre sale a Electric Lady più una da Sony: in una si mixava, in un’altra si finivano le voci, nella terza si sovrapponevano le tastiere.
Su quel disco Questlove dice di essersi addormentato in coda a un pezzo, mentre lei cantava a bocca chiusa: si sente la bacchetta cadere per terra e lui che si sveglia di colpo. Lo abbiamo cercato per venti minuti e non lo abbiamo trovato.
I pezzi passavano da un disco all’altro come oggetti in prestito. Chicken Grease, che sta su Voodoo, era nata per Common. Geto Heaven, che sta sul disco di Common, era nata per Voodoo.
Lo scambio, racconta Questlove, lo ha mediato lui: uno prende quella, l’altro si tiene questa.
Le date della permanenza
Le prime sessioni
Elevado, D'Angelo e Questlove entrano nella sala A alla fine dell'anno, quando lo studio non era affollato.
Un anno senza mixare
La sala A resta prenotata per tutto l'anno: si suona e si registra, duecento bobine di nastro.
Tre sale insieme
L'attività va a pieno regime, con la giornata di D'Angelo che comincia alle sei di sera.
Escono i dischi
Voodoo, Like Water For Chocolate e Mama's Gun arrivano nello stesso anno.
Il nome è arrivato dopo, e ha chiuso la faccenda
I Soulquarians non nascono come gruppo: nascono come coincidenza di compleanni.
Questlove se ne accorge quando Dilla dice di essere del 7 febbraio, D’Angelo dell’11, Poyser di gennaio come lui. Sei o sette di loro erano Acquario.
Il nome finisce sulla copertina di Vibe, e da lì la faccenda si rompe. Il servizio era partito come un ritratto di Questlove, che aveva chiesto alla rivista di farlo sulla famiglia e non su una persona sola.
Quando la copertina è uscita, con quel titolo, ha iniziato a ricevere telefonate: sembra che io lavori per te, non sono un Acquario, sono una persona a sé.
“Letteralmente, è lì che tutto è andato in pezzi”, dice.
Il gruppo si vede insieme un’ultima volta sul set di Block Party di Dave Chappelle. Questlove lo dice senza giri: sapeva che quello era il loro funerale, e che il movimento successivo non sarebbe più passato da lui.
Quello che resta è il metodo, e non è replicabile a comando: una sala prenotata per un anno, nessuno che chiede quando è pronto, e tre stanze accese insieme.
Da ascoltare
Fonti
- Red Bull Music Academy Daily, Chris Williams, The Soulquarians at Electric Lady: An Oral History, 1 giugno 2015: le testimonianze di Russell Elevado, Questlove, Bilal e James Poyser su come si lavorava nelle tre sale, sulle duecento bobine e sulla copertina di Vibe
- Analogue Foundation, Russell Elevado in conversazione con Eric Lau: le due macchine a ventiquattro piste, i tre pezzi montati in Pro Tools, le quaranta piste di voce su The Root e le candele per Erykah Badu