Genere Genere: Disco

Italo disco: il nome arrivò da un magazzino in Germania

Per quasi dieci anni in Italia si produsse una musica da ballo per l'estero che in Italia non aveva un nome. Glielo diede un distributore tedesco guardando gli scaffali, e oggi quel nome indica il contrario di quello che indicava allora.

Un genere musicale di solito prende il nome da chi lo suona, o da chi lo ascolta. Questo lo prese da chi lo teneva in magazzino.

Bernhard Mikulski era un polacco emigrato in Germania. Nel 1971 aveva fondato la ZYX, un’etichetta indipendente che tra le altre cose importava musica italiana in Germania e nel Nord Europa.

A un certo punto si trovò davanti a un problema di catalogazione. Nel suo grande deposito di distribuzione arrivavano molti dischi dall’Italia, che non somigliavano tra loro e non stavano in nessuna casella esistente.

Il criterio che scelse era geografico, non musicale: vengono dall’Italia, chiamiamola italo disco. Fra il 1983 e il 1991 la ZYX pubblicò sedici volumi di una compilation intitolata “Best of Italo Disco”, e il nome restò.

Chi la faceva non la chiamava così

Prima di quel nome c’erano quasi dieci anni di dischi. Le date con cui il fenomeno viene delimitato di solito, dal 1977 al 1985, stanno nel titolo di una compilation inglese uscita nel 2008.

In Italia il fenomeno non venne mai riconosciuto come un genere a sé. È l’osservazione di Salvatore Cusato, che quei dischi li ha prodotti sotto il nome Casco e li suona ancora nei club europei.

Che a Detroit e a Chicago fossero musica di punta lo scoprì molto dopo, cercando in rete. Chi produceva quei pezzi non sapeva dove finissero.

Chi ha fatto cosa

Italo disco, i ruoli
Chi la producevaStudi italiani piccoli, spesso non professionali, fra la fine degli anni settanta e la metà degli ottanta.
Chi le dava il nomeBernhard Mikulski, dalla ZYX, in Germania: sedici volumi di Best of Italo Disco fra il 1983 e il 1991.
Chi la compravaGermania, Spagna con Max Music e Blanco Y Negro, Nord ed Est Europa, Canada per la comunità italiana.
Chi la ignoravaL'Italia, dove non è mai stata considerata un genere autonomo.
Chi l'ha rimessa in circoloDj olandesi e spagnoli, poi le ristampe: la Strut inglese nel 2008, la belga Radius per i dischi di Casco.

Sette minuti fatti con una lametta

Il modo in cui si facevano quei dischi spiega perché suonano tutti un po’ uguali e tutti un po’ storti. “Problèmes d’amour” di Alexander Robotnick, del 1983, è il caso documentato meglio.

Il pezzo nasce in uno studio non professionale con un registratore a sedici piste. La drum machine Roland TR-808 fa da orologio a tutto il resto, e il basso è una Roland TB-303.

I passaggi che oggi si farebbero con un clic si facevano tagliando il nastro con una lametta. La versione originale dura sette minuti.

Dietro il nome finto c’è Maurizio Dami, e dietro il personaggio c’è una scelta di scena precisa: un immigrato russo che canta in francese, con l’accento.

Quella scelta somiglia molto a quello che facevano gli altri, che invece cantavano in inglese. Non un inglese vero: un inglese abbastanza credibile da vendere all’estero, sotto nomi che suonassero anglosassoni.

Ascolta mentre leggi

Alexander Robotnick, Problèmes d'amour, 1983

Robotnick, a distanza di anni, riassume l’effetto in una riga: alla gente piaceva il giro di basso, e dicevano che era lui ad aver cominciato la disco elettronica.

Il mercato stava altrove

Scrivere in inglese non era un vezzo, era il piano industriale. I produttori italiani, visto che i pezzi funzionavano fuori, cominciarono a scrivere per il mercato internazionale.

Il Canada è il caso più curioso. Là la comunità italiana era grande, e le etichette canadesi non si limitavano a importare: facevano i propri dischi, incisi sul posto.

Dentro lo stesso giro di anni convivevano due cose diverse. Una era il pezzo da classifica, “Ma quale idea” di Pino D’Angiò nel 1980, che vendeva in casa e ovunque.

L’altra erano i dodici pollici tirati in poche migliaia di copie, che riempivano una pista e poi sparivano. “Dirty Talk” dei Klein & M.B.O., uscito nel novembre del 1982, dura cinque minuti e mezzo e appartiene a questa seconda famiglia.

Oggi il nome significa il contrario

La parola ha cambiato senso mentre nessuno guardava. Negli anni ottanta italo disco voleva dire semplicemente disco fatto in Italia, compresi i successi da milioni di copie.

Oggi indica quasi soltanto l’altra metà: i dischi da club che non entrarono in classifica, quelli usciti in poche migliaia di copie.

L’inversione si legge nei prezzi. Un successo italiano da milioni di copie vale oggi cinque o sei euro a copia originale, mentre certi dodici pollici distribuiti in diecimila copie nel mondo valgono centinaia di euro.

Cusato porta un esempio preciso, “Are You Loving” dei Brand Image. E racconta di essersi accorto, a Copenhagen, che dal flightcase erano spariti otto dischi: per ricomprarli ha speso mille euro.

Il rientro in circolo non è partito dall’Italia. Nel 2008 l’inglese Strut Records pubblicò “Disco Italia: Essential Italo Disco Classics 1977-1985”, con una selezione affidata a un dj inglese, Steve Kotey.

Una musica prodotta in Italia per essere venduta fuori, battezzata in Germania, tenuta viva da olandesi e spagnoli e ristampata da un’etichetta di Londra. Il nome, alla fine, dice esattamente da dove non veniva l’interesse.

Da ascoltare

  • Pino D’Angiò, “Ma quale idea” (1980): il lato da classifica del fenomeno, quello che vendeva in casa e non solo nei club.
  • Klein & M.B.O., “Dirty Talk” (1982): cinque minuti e mezzo pensati per la pista e non per la radio, e il disco in cui due dj di italo dicono di sentire la base della house.
  • Alexander Robotnick, “Problèmes d’amour” (1983): TR-808, TB-303 e un personaggio russo che canta in francese, montato tagliando il nastro.
  • Casco, “Cybernetic Love” (1983): il pezzo di Salvatore Cusato, poi ristampato in Belgio quando dall’estero cominciarono a chiederlo.

Da ascoltare

Pino D'Angiò - Ma quale idea
Klein & M.B.O. - Dirty Talk
Alexander Robotnick - Problèmes d'amour
Casco - Cybernetic Love

Fonti

Ne parlano su Reddit