Narrativa Genere: Funk
Clyde Stubblefield e il lunedì sera a Madison
Nell'agosto del 1991 il batterista di "Funky Drummer" monta la sua batteria in un club del Wisconsin per la serata del lunedì. Nelle stesse settimane il suo break gira sulle radio di mezzo mondo dentro i dischi di altri, e a lui non è arrivato niente.
Nell’agosto del 1991, all’Inn Cahoots di Madison, Wisconsin, un signore di quarantotto anni monta la batteria per la serata di rhythm and blues del lunedì che conduce lui.
Mentre la monta risponde alle domande di un giornalista di Isthmus, il settimanale della città. La prima riguarda i dischi di James Brown, dove il suo nome non c’era.
“Brown non ha mai messo troppi nomi di persone sugli album”, dice. “Ma da quando queste etichette europee hanno cominciato a ristampare la sua roba, hanno iniziato a elencare tutti quelli che suonavano. Nessuno sapeva mai chi suonasse su cosa quando gli album li pubblicava Brown.”
Il pomeriggio del 20 novembre 1969
Il colpo di cui tutti parlano nasce a Cincinnati, ai King Studios, il 20 novembre 1969.
Stubblefield è nella band di Brown dal 1965, uno dei due batteristi: l’altro è John “Jabo” Starks. Nato a Chattanooga nel 1943, era passato per Macon, in Georgia, dove aveva suonato con Otis Redding.
Nella registrazione, prima del break, si sente Brown che gli dice cosa non fare: “Non devi fare nessun assolo, fratello, tieni solo quello che hai. Non lasciarlo andare.”
Il break arriva a cinque minuti e trentaquattro secondi: venti secondi, otto battute, con la band che esce e resta la sola batteria.
Il singolo esce nel marzo del 1970, arriva al cinquantunesimo posto nella Hot 100 e al ventesimo nella classifica rhythm and blues, e poi si ferma lì. La versione intera, nove minuti e tredici secondi, esce solo nel 1986, sulla raccolta In the Jungle Groove.
Quella è la versione da cui è stato preso tutto il resto.
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Abbiamo messo su i nove minuti e tredici e ci siamo dati il turno per fermare il dito esattamente all’inizio del break. Nessuno di noi lo ha preso al primo colpo.
Due batteristi, un solo groove
Il modo in cui Stubblefield raccontava il proprio mestiere non somiglia mai a un vanto tecnico.
Nel 1999, sulla copertina di Modern Drummer dedicata a lui e a Jabo Starks, la definizione che dà del duo è questa: “Ci considero dei metronomi umani.”
Poi spiega la parte che nessuno immagina. Brown li scambiava mentre il pezzo era in corso, e il groove doveva restare in piedi. “Ci voleva del lavoro, ma ce l’abbiamo fatta.”
E sui tamburi: i tom non erano tamburi da assolo, erano condimento. Con Brown lavoravano su rullante, charleston e cassa, e il tom da terra appena appena.
C’è una frase, nella stessa intervista, che vale più di tutto il resto: “Allora non sapevo davvero cosa stessi facendo. Mi stavo divertendo, e tutti si vantavano di quello che facevo.”
Il 1991, con il break sulle radio di altri
Nel 1971 Stubblefield lascia la band di Brown a Toledo e si trasferisce a Madison. Ci resta, suonando a tempo pieno, con una band di otto elementi e una quantità di ingaggi locali.
Intanto, fuori, il suo break diventa la base di un decennio. Nel 1991, quando l’intervista esce, i dischi che lo usano stanno in classifica in mezzo mondo.
Lui li elenca senza tanti giri, e il giudizio che dà del proprio colpo è la cosa meno prevedibile della pagina.
Il fatto è che secondo me quella è la peggior parte di batteria del mondo. Fra tutti i pattern che ho suonato sui dischi, hanno scelto quello! Secondo me fa schifo, ma i rapper lo adorano.
Poi arriva la seconda metà della frase: “Sinead O’Connor. Fine Young Cannibals. Tutti questi grandi artisti lo stanno usando. Ma non mi hanno pagato niente, ovviamente. Spero che un giorno si facciano avanti e dicano: beh, a questo qui qualcosa dovremmo darla.”
Lo stesso colpo, tre dischi
Da dove arriva e dove è finito
La versione intera pubblicata nel 1986, con il break a 5:34.
Public Enemy usa il break su sette pezzi, questo compreso.
Il disco di Sinéad O'Connor che Stubblefield nomina nell'intervista del 1991.
Quello che gli è arrivato, e da chi
Sui pagamenti Stubblefield è tornato per trent’anni, e mai con la voce del pamphlet.
Nel documentario Copyright Criminals, del 2009, la frase che usa mette in fila le due cose che non tornano: Brown “non mi diceva cosa suonare. Io suonavo quello che sentivo, ma era suo.”
Nel 2016, al Philadelphia Inquirer: “Mi sta bene che gli altri provino a fare quello che faccio io, e sono contento quando la gente prova a suonare quello che suono io, ma non apprezzo il non essere pagato.”
Un aiuto vero è arrivato una volta, e da una direzione inattesa. Nel 2001 aveva novantamila dollari di conti dell’ospedale, accumulati dopo la chemioterapia per un tumore alla vescica.
Li ha pagati Prince, che di quel break si era servito. Lo ha raccontato la moglie di Stubblefield, Jody Hannon: dall’entourage di Prince chiamarono dicendo che voleva coprire l’intero saldo, perché Clyde era uno dei suoi idoli alla batteria.
Stubblefield è morto il 18 febbraio 2017, per una malattia ai reni.
Il lunedì sera, per lui, era un ingaggio come un altro. Il resto era un disco che girava altrove, con il suo colpo dentro e il suo nome fuori.
Da ascoltare
Fonti
- Isthmus, Tom Laskin, Clyde Stubblefield: The hardest-working man in Madison, uscito il 9 agosto 1991 e ripubblicato in archivio: la serata del lunedì all'Inn Cahoots, l'uscita dalla band di Brown a Toledo nel 1971 e le sue parole sul break e sui mancati pagamenti
- Modern Drummer, le parole di Stubblefield dalla copertina di settembre 1999 riproposte il 21 febbraio 2017: i due batteristi, i metronomi umani, i tamburi che non usava
- The Current (Minnesota Public Radio), Lou Papineau, Pride and pain: The story of the Funky Drummer, 11 febbraio 2020: la data e il luogo della registrazione, la posizione del break, le classifiche del singolo, i conti pagati da Prince e la data della morte
- Roland Articles, Dana Parker, Behind the Beat: Funky Drummer, 24 febbraio 2022: la nascita a Chattanooga, gli anni con Otis Redding a Macon e le indicazioni di Brown durante la registrazione