Canzone Genere: funk
Nautilus di Bob James: come uno scarto di fine seduta è diventato uno dei sample più usati dell'hip hop
C’è un errore che circola spesso su questo brano, ed è meglio toglierlo di mezzo subito: non è “Nautilus” il sample dietro “Peter Piper” dei Run-D.M.C., ma un altro pezzo di Bob James, “Take Me to the Mardi Gras”. “Nautilus” ha una storia sua, e nell’hip hop l’ha fatta soprattutto attraverso “Beats to the Rhyme”, sempre dei Run-D.M.C., uscito nel 1988. Vale la pena raccontarla senza confonderla con quella del brano vicino.
Un basso di due battute, registrato per ultimo
“Nautilus” chiude One, il primo disco a proprio nome di Bob James, uscito nel 1974 per la CTI di Creed Taylor e registrato al Van Gelder Studio di Englewood Cliffs, con Rudy Van Gelder al banco. Alla session suonano Gary King al basso e Idris Muhammad alla batteria, con James alle tastiere e un arrangiamento d’archi a completare il quadro. Ma “Nautilus” non nasce come le altre tracce del disco: è l’ultima cosa registrata, ed è arrivata quasi per caso. Lo racconta lo stesso James: “Era l’ultimo brano che abbiamo registrato ed è stato registrato all’ultimo minuto. Avevo una piccola linea di basso, il resto lo abbiamo improvvisato in studio.” Il pezzo forte del disco, nelle intenzioni, doveva essere “Feel Like Makin’ Love”: “Nautilus” finisce relegata in fondo al lato B, la posizione che in un LP conta meno di tutte.
Cosa succede dentro il pezzo
Il nome non arriva da James ma da Taylor: nell’intro c’è un suono di sintetizzatore che al produttore ricordava un sommergibile che si immerge, e da lì il titolo. Sopra quel fondale synth si muove il basso di Gary King, l’elemento che con più forza si è imposto all’orecchio di chi, anni dopo, lo avrebbe cercato nei dischi usati: una linea breve, ipnotica, che si presta a essere isolata in loop di due battute. James stesso, tornandoci sopra decenni dopo, descrive l’effetto come “un groove, un suono misterioso, quasi cinematografico, che viene fuori quando lo si campiona: era facile da loopare in blocchi di due battute”. Non c’è virtuosismo da esibire: c’è un’atmosfera, sospesa tra il jazz-funk della CTI e qualcosa di più cupo, quasi da colonna sonora.
Da fondo di lato B a materiale di base
Il primo campionamento documentato risale al 1986, con “Bait” degli Ultramagnetic MC’s. Nel 1988 arrivano i Run-D.M.C. con “Beats to the Rhyme”, e nello stesso periodo Slick Rick usa un’interpolazione del riff in “Children’s Story”. Seguono, negli anni, Eric B. & Rakim, Naughty by Nature (in “O.P.P.”, 1991), Jeru the Damaja, A Tribe Called Quest e, nel 1996, Ghostface Killah in “Daytona 500”. Nel tempo “Nautilus” è entrato in centinaia di brani. James dice di non aver mai negato una liberatoria: si è detto infelice solo quando il pezzo veniva usato senza autorizzazione. Per il resto racconta di provare “molto rispetto per l’aspetto architettonico della produzione hip hop” e di apprezzarne “la natura bizzarra e imprevedibile”.
È una traiettoria che ribalta la gerarchia di partenza. Il brano pensato come riempitivo di fine lato è diventato il punto di riferimento; il basso di due battute nato per caso in studio è diventato un vocabolario condiviso da generazioni di produttori. Ascoltare oggi “Nautilus” accanto a “Beats to the Rhyme” significa sentire la stessa cellula ritmica in due mondi diversi: uno che la genera senza saperlo, l’altro che la riconosce e la fa propria.