album Genere: IDM

Confield, quando il ritmo lo scrive un sistema

Nel 1994 gli Autechre dicevano che una macchina nuova la tenevano ferma sei mesi prima di usarla. Nel 2001 escono con nove pezzi in cui le battute non le programmano più: programmano la cosa che le produce, e poi la guidano a orecchio con i fader.

Nel 1994, a un giornalista di Future Music che chiedeva come lavorassero, Sean Booth rispose con una regola di condotta invece che con una lista di macchine.

“Ogni volta che compriamo un pezzo di attrezzatura cerchiamo di lasciarlo da parte per sei mesi, finché non ci siamo abituati a usarlo”, disse. “È solo allora che iniziamo a fare cose che valga la pena usare; se cominciamo a usarlo subito, facciamo solo la roba più banale.”

Sette anni dopo esce Confield, e la cosa che avevano tenuto da parte era un programma.

Prima: una batteria che fa anche da sequencer

Il ritratto del 1994 è quello di due che si fidano solo di quello che hanno smontato.

La strumentazione dei primi dischi la elencano loro: una batteria elettronica Roland R-8, un Juno 106, un Portastudio Tascam 244, un mixer da discoteca Phonic MRT60 usato come sottomixer.

L’R-8 non era solo una batteria. Nei giorni prima del computer faceva da sequencer MIDI per il Juno e, via sincronizzazione a nastro, da orologio per le altre macchine.

Quando arrivano al computer provano Pro 24 per una settimana, Cubase per due, e si fermano su Creator. La ragione che dà Booth è una dichiarazione di poetica travestita da preferenza tecnica.

Cubase è il programma di un uomo da canzoni, e noi non siamo affatto gente da canzoni.
Sean Booth, Future Music, 1994

Creator lavorava per cicli, come una batteria elettronica. Usare l’R-8 da sequencer, dice Booth, gli aveva dato la prima lezione su come usarlo.

Poi: un programma che non è uno strumento

Max non è un sequencer né un sintetizzatore: è l’ambiente in cui ti costruisci l’uno o l’altro collegando blocchi.

“Quando ho incontrato Max per la prima volta, mi è sembrato che mi esplodesse la testa”, racconta Booth a Sound on Sound nel 2004. “Era quasi esattamente quello che ci serviva. All’inizio l’avevamo preso per fare applicazioni MIDI, ed era un modo per costruire sequenze in cui potevamo manipolare e generare dati al volo.”

La parola che conta è “al volo”. Il processo non produce un file da correggere dopo: produce roba mentre tu ascolti.

“Quando facciamo cose generative lavoriamo con la manipolazione in tempo reale di fader MIDI che determina come suonano i ritmi”, dice. E ancora: “Un sequencer sta sputando fuori materiale e noi usiamo le orecchie e i fader per fare la musica.”

Detta così sembra una rinuncia al controllo. È il contrario: le regole le scrivi tu, e poi stai lì con le mani sopra.

Nove pezzi, sessantotto minuti

Confield esce il 30 aprile 2001 su Warp. È il sesto disco del duo: prima ci sono Incunabula (1993), Amber (1994), Tri Repetae (1995), Chiastic Slide (1997) e LP5 (1998).

Nove brani, e le durate contano perché nessuno dei nove è un episodio.

Le nove tracce, con la durata dalla pagina ufficiale

Sessantotto minuti e trentanove secondi in tutto.
VI Scose Poise6:56
Cfern6:41
Pen Expers7:08
Sim Gishel7:14
Parhelic Triangle6:03
Bine4:41
Eidetic Casein6:12
Uviol8:35
Lentic Catachresis8:29

Il disco apre con sei minuti e cinquantasei secondi che Booth, quattro anni dopo, descrive come interamente basati su un processo scritto in Max.

Ce lo siamo passati per settimane provando a battere il tempo con la mano, e nessuno di noi ha tenuto fino in fondo.

Ascolta mentre leggi

Autechre, VI Scose Poise, da Confield

La quarta traccia, Sim Gishel, è la più lunga della prima metà del disco: sette minuti e quattordici secondi.

Il malinteso su cui Booth torna sempre

Il modo in cui il disco è stato raccontato, all’epoca, è che gli Autechre avessero lasciato fare al computer.

Booth non ci sta, e la frase con cui smonta la faccenda è la più utile di tutta l’intervista del 2004: “Sembra che per molti, se sentono qualcosa che non suona regolare, diano per scontato che sia casuale.”

Sul disco in sé è ancora più asciutto. “C’è molta matematica e molte battute generate su Confield, ma non abbiamo mai considerato quell’album particolarmente difficile.”

E sul perché quei pezzi suonano così: “La maggior parte di Confield è venuta fuori da esperimenti con Max che non erano davvero applicabili in un ambiente da club.”

Non è una dichiarazione di intenti astratta. È la descrizione di dove si ascolta quel disco, che è una stanza e non una pista.

Cosa resta

La differenza fra Confield e i dischi che lo precedono non è la quantità di stranezza: è dove sta il lavoro.

Su Incunabula il lavoro sta nella battuta. Qui sta nel congegno che la produce, e la battuta è quello che esce quando lo accendi e ci metti le mani sopra.

Il resto lo fa l’orecchio di due che, sette anni prima, tenevano una macchina nuova in un angolo per sei mesi prima di degnarsi di usarla. La regola non era una posa: era il metodo.

Da ascoltare

Autechre - Confield
Autechre - VI Scose Poise
Autechre - Sim Gishel

L'artista

Autechre

Fonti

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